Il cambiamento a Latina parte dal cortile di casa: due chiacchiere con Luca Furgiuele di ACT

di Arrigo Andreani

Il cambiamento a Latina parte dal cortile di casa: due chiacchiere con Luca Furgiuele di ACT

Ci sono gesti che fanno poco rumore. Non cambiano il mondo in una mattinata, non finiscono nei titoli dei telegiornali, non promettono rivoluzioni. Eppure restano impressi. Uno di questi è vedere qualcuno chinarsi a raccogliere un rifiuto che non ha buttato lui.

A Latina succede da qualche tempo. Non è un evento straordinario, ma forse proprio per questo merita attenzione. Un gruppo di cittadini ha deciso di dedicare qualche ora del proprio tempo a ripulire angoli della città che, semplicemente, erano stati dimenticati. Si chiamano ACT (Azione Collettiva Territoriale o “ACciTua” per chi sporca come a loro piace dire). Il nome è un acronimo che può sembrare solo istituzionale, ma quello che fanno invece è molto concreto: guanti, sacchi, pinze e diverse ore passate tra marciapiedi, aiuole e strade.

Per capire cosa ci sia dietro questa scelta ho parlato con Luca Furgiuele, che del movimento è il promotore. Alla domanda come è nata ACT e cosa li ha spinti a rimboccarsi le maniche invece di limitarsi a lamentarsi del degrado mi aspettavo un racconto costruito intorno ai grandi ideali, invece la risposta è arrivata con una semplicità quasi spiazzante.

«È nata nel 2021 da una mia esigenza personale: volevo camminare nel pulito.»

Una frase che sembra minuscola e invece contiene già tutto. Nessuna chiamata alle armi, nessuna investitura civica.

«Mi sono reso conto che il quartiere dove vivo, tra Campo Boario, via San Carlo da Sezze e via Milazzo, era particolarmente trascurato. Così ho iniziato a bonificare la zona intorno a me. È partita da una grande forma di egoismo: l’ho fatto per me. Quando uscivo di casa volevo mettere i piedi sull’erba verde e pulita e non volevo vedere nulla di spaccato che contaminasse la mia vista e la mia mente.»

Colpisce proprio quella parola, egoismo. Perché nel suo racconto assume un significato diverso. È l’idea che migliorare il luogo in cui si vive, migliori inevitabilmente anche l’esperienza di chi lo attraversa. Senza proclami. Come succede con un giardino curato in cui chi lo coltiva lo fa innanzitutto per sé, ma poi ne beneficia anche chi passa davanti al cancello.

Da quel primo gesto individuale è nato qualcosa di più grande. Oggi ACT si ritrova una volta al mese nel centro di Latina.

«Ci incontriamo in Piazza del Popolo e da lì ci spostiamo nelle zone limitrofe: via Isonzo, via Italia, l’area dello stadio, via Emanuele Filiberto. Ma durante la settimana organizziamo anche uscite spontanee attraverso il gruppo WhatsApp. Chiunque può proporre una zona.»

La parte più interessante, però, arriva subito dopo.

«L’obiettivo non è arrivare dappertutto noi. Vorremmo che nascessero altri gruppi, autonomi, nei diversi quartieri della città.»

Non c’è l’idea di costruire un’organizzazione sempre più grande. Piuttosto quella di rendersi, un giorno, quasi superflui. Come se il vero successo fosse vedere qualcun altro iniziare, senza chiedere permesso.

Tra le domande che vengono rivolte più spesso ai volontari ce n’è una che ritorna puntuale: perché devono essere i cittadini a raccogliere i rifiuti se esistono servizi pubblici pagati con le tasse?

Luca non risponde contrapponendo cittadini e istituzioni.

«Nei Paesi che ammiriamo per il loro decoro urbano, come Giappone, Svizzera o Australia, la cura degli spazi comuni è considerata una cosa normale. Lo abbiamo visto anche durante i Mondiali di calcio, quando i tifosi giapponesi raccoglievano i rifiuti sugli spalti al termine delle partite. È un modo diverso di vivere gli spazi: come un’estensione della propria casa.»

È un’immagine che resta impressa. Non perché trasformi quei Paesi in modelli irraggiungibili, ma perché ricorda una cosa semplice, ovvero che il confine tra casa e città, qualche volta, è meno netto di quanto immaginiamo.Poi aggiunge un’osservazione pratica.

«Se gli operatori ecologici trovassero meno rifiuti abbandonati potrebbero dedicare più tempo ad altri interventi, come il lavaggio delle strade o la rimozione dei graffiti.»

Non è una sostituzione dei servizi pubblici. È, nelle intenzioni del movimento cittadino, un modo diverso di abitare gli stessi spazi. E in questi anni qualcosa sembra essersi mosso anche sul piano istituzionale.

«Dal 2021 continuiamo con queste iniziative e oggi vediamo che si parla di guardie ecologiche, di controlli e di volontari contro l’abbandono dei rifiuti. Sono certo che una buona azione, ne chiami inevitabilmente un’altra. Quando i cittadini si attivano, anche gli enti si sentono maggiormente coinvolti.»

ACT ha scelto una strada precisa.

«Il nostro approccio è affiancare, non attaccare.»

Non significa rinunciare alle critiche quando servono. Significa partire da ciò che si può fare nell’immediato, senza aspettare che ogni tassello sia perfettamente al suo posto. Gli chiedo anche quale sia, secondo lui, il problema principale.

«Manca la sensibilità. Siamo abituati a tenere pulita casa nostra, ma spesso dimentichiamo quello che c’è appena fuori dal portone. In altri Paesi questa attenzione viene insegnata fin da piccoli.»

Poi aggiunge una riflessione che racconta bene il metodo scelto del movimento.

«Con la gentilezza si ottengono più risultati che con l’aggressività.»

Forse è proprio questo il tratto che distingue ACT. Non l’idea di insegnare qualcosa agli altri, ma quella di rendere visibile un gesto. Perché un sacco riempito in silenzio, a volte, racconta più di molte discussioni. Prima di salutarci gli rivolgo un’ultima domanda. È quella che, in fondo, faccio un po’ a tutti gli ospiti di questa rubrica.

Che cosa significa, per te, essere un “Passeggero Attento”?

«Prendermi cura dell’ambiente che mi circonda significa prendermi cura della mia anima e del mio benessere. “Com’è dentro è anche fuori”, tutto è profondamente connesso.»

È una risposta che va oltre i rifiuti, oltre le pinze raccoglitrici, oltre i pomeriggi trascorsi a ripulire un marciapiede. Perché sposta il punto di vista. Il decoro urbano smette di essere soltanto una questione estetica o amministrativa e diventa un modo di abitare il mondo. Non per sentirsi migliori degli altri, ma per sentirsi più presenti nel luogo in cui si vive. Le città hanno una memoria silenziosa. Ricordano chi le attraversa senza guardarle e chi, invece, si ferma per prendersene cura. Alla fine non saranno i discorsi a renderle più belle, ma la somma di quei gesti così piccoli da sembrare inutili. Finché un giorno ci si accorge che hanno cambiato il paesaggio. E forse, insieme al paesaggio, anche un po’ noi.

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Redazione

Il nostro blog si occupa di approfondimenti legati al sociale, ai diritti civili, alla legalità, alla geopolitica e all’antimafia.

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