di Arrigo Andreani
Perché Latina non riesce a connettersi al suo mare?
Cinquant'anni di promesse e un litorale sospeso tra deserto invernale e calca estiva. Perché Latina non riesce a connettersi al suo mare?
Sette chilometri. Una distanza quasi ridicola, eppure psicologicamente insormontabile. È lo spazio fisico che separa il centro di Latina dal suo mare, ma dal punto di vista dell’evoluzione urbana equivale al vuoto intersiderale. Latina e il suo litorale si guardano da mezzo secolo con la diffidenza di due coniugi separati in casa: dormono in letti diversi, non si parlano e si rinfacciano le occasioni perdute. Chiunque abbia passeggiato su quella lingua di asfalto che va da Foce Verde a Rio Martino lo sa benissimo. Nulla è cambiato. O meglio, tutto è peggiorato con squisita costanza.
Facciamo un piccolo gioco mentale. Immaginate Rimini. Un mare che, con tutto il rispetto per la riviera romagnola, assomiglia spesso a un brodo marroncino primordiale. Eppure, lì hanno costruito un impero vendendo l’accoglienza, il divertimento, la notte, la luce trasformando una spiaggia in un marchio riconosciuto ovunque. Hanno capito che il mare non è soltanto acqua e sabbia. È un’economia. È un’identità. Noi a Latina avremmo tutto: una duna mediterranea da togliere il fiato, l’orizzonte spalancato sul Circeo, un’acqua che altrove si sognano. E cosa ne facciamo? Nulla. Una landa desolata.
D’inverno, poi, cala il silenzio e inizia lo spettacolo dell’orrore. Passeggiando tra le raffiche di vento umido e le strade deserte, lo sguardo sbatte inevitabilmente contro i fantasmi di cemento: strutture abbandonate, case/palafitte costruite sulle dune, stabilimenti fatiscenti che cadono a pezzi nel disinteresse generale e chioschi sprangati che sembrano trincee dismesse. L’atmosfera è talmente spettrale che ti aspetti quasi di veder spuntare un predone o un mutante di Fallout da dietro una lamiera arrugginita. Poi arriva l’estate. All’improvviso, il risveglio forzato. Una calca mostruosa di persone si riversa sulla spiaggia. C’è un bacino d’utenza sterminato che grida fame di mare, di sole, di fuga. Ma è un’illusione ottica che dura solo fino al tramonto. Calata la sera, il deserto torna a reclamare il suo trono. I locali, gli alberghi, gli eventi degni di questo nome si contano sulle dita di una mano. Una mano sola, e pure particolarmente sfortunata.
Come siamo arrivati a questo punto? Non è che manchino le idee. Nel lontano 2006, vent’anni fa, un’era geologica, l’architetto Mauro Saito aveva disegnato un progetto di riqualificazione costiera affascinante. Pontili in legno, recupero delle dune, percorsi integrati. Ma rileggendolo oggi si scopre il vero peccato originale: anche quel piano ignorava completamente il nodo centrale. Non c’era un briciolo di idea su come accorciare, ricucire, fondere quei sette chilometri che separano il centro cittadino dall’acqua. Se non si abbatte quella barriera invisibile, puoi anche ridisegnare le spiagge con l’oro, ma rimarranno sempre un corpo estraneo.
Ad addolcire la pillola oggi arrivano i piccoli interventi. Quelli cofinanziati da Comune e Regione Lazio per sistemare il litorale tra Capoportiere e Foce Verde. Spuntano così idee di nuovi arredi ecocompatibili, binocoli panoramici per guardare meglio il nulla circostante e l’integrazione del sistema LETIsmart per ipovedenti. È lodevole, sia chiaro. Così come lo è la spiaggia inclusiva “Tutti al Mare”, finalmente attrezzata per accogliere tutti. Ma c’è un limite: sono piccoli cerotti colorati applicati su una frattura scomposta. Utili nell’immediato, ma tragicamente insufficienti se manca un disegno strutturale.
Ci diciamo che la colpa è dei vincoli. Il Parco Nazionale del Circeo che stringe il lato verso Rio Martino come una morsa ecologica. La distanza fisica dalla città. Ma la verità è un’altra ed è molto più dolorosa: manca il coraggio di pensare in grande. Finché continueremo a considerare il mare come un incidente geografico da gestire a colpi di concessioni stagionali e micro-interventi di facciata, Latina rimarrà quella che è: una splendida incompiuta. Un posto dove la sabbia scorre via tra le dita, insieme alle nostre migliori opportunità

Redazione
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