di Arrigo Andreani
Vietiamo i social ai ragazzi? Cominciamo dagli adulti
Il mondo mette al bando i social ai minorenni. Nel frattempo, tua zia ha appena scoperto un complotto mondiale e lo sta inoltrando a tutta la rubrica.
Lo spunto per questa riflessione arriva dall’episodio 949 dal titolo Neuroinfluencer del podcast di Luca Bizzarri, Non hanno un amico. L’attore parla del divieto dei social per i minorenni introdotto in alcune nazioni e racconta il caso di un neurochirurgo che, dopo essere stato chiamato d’urgenza per operare un ragazzo con un’emorragia cerebrale, decide di documentare la serata con una serie di video sui social. La cena interrotta, la corsa in ospedale, la preparazione prima dell’intervento, le immagini in sala operatoria e infine il ritorno in giacca e cravatta per raccontare che tutto è andato bene. Non una diretta improvvisata, quindi, ma una piccola produzione a episodi. Una specie di filmino delle vacanze, con la differenza che al posto del mare c’è una sala operatoria e al posto del tramonto un intervento al cervello. La domanda sollevata dal podcast è intelligente: dove finisce la divulgazione scientifica e dove comincia il bisogno di esibirsi? Perché anche chi salva vite, chi possiede competenze straordinarie e svolge una professione di enorme responsabilità può sentire il bisogno di raccontarsi e cercare approvazione attraverso cuoricini e commenti?
E se il problema non fosse soltanto quello che i ragazzi guardano sui social, ma anche l’esempio che gli adulti danno loro?
IL DIVIETO
Australia, Malesia e Indonesia hanno introdotto restrizioni all’accesso ai social per i minori di 16 anni. Nel Regno Unito si prepara un divieto analogo, mentre l’Unione Europea ha presentato una proposta per introdurre un accesso graduale ai servizi digitali. Anche in Italia il tema è al centro del dibattito. L’obiettivo è proteggerli da rischi concreti: ansia, cyberbullismo, contenuti inappropriati, contatti pericolosi e algoritmi progettati per tenerli incollati allo schermo. E su questo, diciamolo, hanno ragione a preoccuparsi. Un adolescente o un bambino non dovrebbe passare le notti a scorrere video, rincorrere like o misurare il proprio valore attraverso il consenso degli altri.
Resta però un dettaglio organizzativo: chi glielo insegna, ai ragazzi? Gli adulti che hanno appena inoltrato la quarta catena di Sant’Antonio della mattinata?
Viviamo tempi in cui tutti noi aprendo internet siamo esposti alla disinformazione, alle manipolazioni, alle truffe, al cyberbullismo e agli algoritmi che alimentano rabbia, dipendenza e polarizzazione. La data di nascita, da sola, non garantisce niente. Vietare l’accesso ai minori è semplicemente una misura più semplice da comunicare rispetto all’educazione digitale per tutti, a partire dagli adulti. Perché una legge può stabilire un limite, mentre insegnare alle persone a dubitare delle proprie convinzioni richiede tempo, pazienza e una disponibilità al cambiamento che nessuna legge può installare automaticamente attraverso un aggiornamento.
GLI ADULTI (?)
Basta guardarsi intorno per scoprire che il mondo dei social è popolato da adulti capaci di inoltrare messaggi che cominciano con: «Fatelo girare! Me l’ha detto un amico di un carabiniere». Adulti con gattini, rose e buongiornissimi con i glitter alle 6:40 del mattino. In cinque gruppi WhatsApp, naturalmente, perché un buongiorno solo sarebbe troppo poco.
Ci sono i commentatori seriali, quelli che sotto qualsiasi articolo riescono a riversare bile, sentenze e giudizi con la puntualità di un orologio svizzero. Non importa di cosa si parli: cronaca, sport, cucina o meteo. Loro hanno sempre la risposta pronta e, soprattutto, il colpevole già individuato. Gli immigrati sono un grande cult per esempio, un jolly da giocare in ogni occasione. Riescono a tirarli in ballo persino sotto un articolo sul Bianconiglio, probabilmente convinti che anche Alice nel Paese delle Meraviglie sia una metafora dell’immigrazione incontrollata. Ecco, allora, gli infaticabili condivisori seriali. «Da domani nuova tassa!». «L’Unione Europea vieta il caffè!». Nessuno apre il link. Nessuno controlla la data. Nessuno si chiede chi sia la fonte. L’importante è avvertire tutti prima che sia troppo tardi. Poco importa se la notizia ha dieci anni, proviene da un sito sconosciuto o è stata smentita da chiunque. Basta un’immagine sgranata, il testo in maiuscolo e una raffica di punti esclamativi. Se poi compare un bel «FATE GIRARE», l’autenticità è praticamente certificata.
E che dire degli esperti indipendenti? Quelli che non hanno bisogno di studi, competenze o verifiche. Basta un video di quattro minuti, girato da uno sconosciuto seduto in macchina, per diventare esperti di medicina, economia e geopolitica. Chiedere una fonte? Un tentativo di censura! Dopotutto, esiste Google. Peccato che entrare in una biblioteca non ti faccia diventare storico. E comprare un termometro, purtroppo, non ti abiliti alla professione medica. Quando non ci sono complotti da smascherare, restano le immancabili catene di Sant’Antonio. Tariffe immaginarie, virus misteriosi e catastrofi previste per domani. Tutto rigorosamente inoltrato alla rubrica intera, al gruppo dei genitori, ai colleghi e, per completare l’opera, anche sui social.
Infine ci sono i devoti della domenica a messa. Alle 7:12 pubblicano un rosario o una rosa accompagnati dalla frase «La gentilezza salverà il mondo». Alle 7:14 sono già sotto una notizia di cronaca ad augurare la morte a uno sconosciuto. Il loro vocabolario poggia su tre pilastri: «Chi sbaglia paga!», «Ospitali a casa tua!» e «Pena di morte!». Perché la misericordia è un valore cristiano, finché i social non aprono le gabbie.
E’ bene sottolineare che gli strumenti digitali non creano automaticamente ignoranza, aggressività o ipocrisia. Spesso offrono loro solo un microfono, un pubblico e la possibilità di ripetersi senza dover sostenere il costo di una conversazione faccia a faccia.
In ITALIA il 45,7% non possiede competenze digitali almeno di base.
Fonte: ISTAT, pubblicazione del 26 febbraio 2026
LA PATENTE
E se, invece di limitarci a vietare, cominciassimo a insegnare a usare Internet in modo consapevole? Potremmo chiamarla Legge per il patentino digitale. Per i ragazzi, certo, ma anche per gli adulti. Per tutti: perché a giudicare da certi commenti, nessuno può dirsi esente da un corso di aggiornamento. Un percorso per imparare a riconoscere le fake news, verificare le fonti, non cadere nelle trappole del clickbait e distinguere un fatto da un’opinione. Ma anche per usare la tecnologia senza diventarne dipendenti, proteggere la salute mentale, riconoscere i pericoli online e prevenire cyberbullismo, molestie e TRUFFE. Intendiamoci, per l’aggressività e gli auguri di morte al prossimo non esiste patente che tenga. Servono la psicoterapia e, nei casi più ostinati, un buon psichiatra con la penna facile. Però l’obiettivo non è vietare la tecnologia, ma imparare a usarla senza diventarne prigionieri e senza danneggiare gli altri. Perché prima di stabilire chi può entrare in rete, forse dovremmo insegnare a tutti come comportarsi una volta dentro. E, per qualcuno, il corso potrebbe essere particolarmente impegnativo. Se fosse il programma di un corso, potrebbe essere più o meno così.
ESAME TEORICO, dodici domande.
La prima: “Ti arriva un messaggio che dice che Facebook diventerà a pagamento. Cosa fai?
A) Lo inoltri.
B) Lo inoltri con scritto ‘non si sa mai’.
C) Respiri.
ESAME PRATICO, un’ora: leggi un articolo fino in fondo, senza commentare, in una stanza in silenzio.
Patente a punti: meno cinque per ogni “svegliatevi, pecore”, meno dieci per ogni “scienzah” e “professoroni”, meno quindici per ogni augurio di morte a uno sconosciuto. Meno venti a chi se ne esce con “vergognatevi tutti” senza dire a chi e perché viene sospeso fino al completamento di un corso di approfondimento.
Corso di recupero a punti esauriti, con insegnante un quindicenne che ti spiega cos’è un deepfake.
Riconoscimento delle bufale. Un mazzo di contenuti su salute, politica e tecnologia: devi trovare quelli con fonti verificabili e fiutare la manipolazione. Bocciato senza sencondo appello chi si fida di un’immagine anonima con scritto “I MEDIA NON VE LO DIRANNO MAI”.
Discussione civile. Devi litigare con uno che la pensa all’opposto senza insulti, minacce o insinuazioni. Punti extra a chi riesce a scrivere “Non sono d’accordo, ma vorrei capire cosa ti ha portato a questa conclusione” senza aggiungere “pagato da chi?”. Chi risponde con la foto di un animale che ride perde un livello.
Verifica delle fonti. “Me l’ha detto mio cugino che lavora in Comune” è ammesso come punto di partenza, mai come prova. Anche se il cugino lavora davvero in Comune e l’ha detto con tono convincente al pranzo della domenica.
Ventiquattr’ore di astinenza. La più dura. Un’intera giornata senza riflessioni motivazionali, dichiarazioni sulla società e messaggi che iniziano con “Visto che nessuno ne parla”. Vietati i selfie in palestra con citazioni attribuite a filosofi che non le hanno mai pronunciate, le foto del volante con meditazione sul viaggio della vita e i messaggi criptici a persone che potresti contattare direttamente, ma che preferisci raggiungere attraverso una platea di trecento conoscenti.
Chi supera tutto ottiene il patentino. Per i recidivi c’è il piano B: il daspo da internet. Misura dolce, intendiamoci, niente carcere, solo un Brondi che può telefonare e basta.
Il patentino digitale probabilmente non lo introdurrà mai nessuno, almeno non nella forma che abbiamo immaginato qui. Ma possiamo cominciare da soli, senza aspettare una legge. La prossima volta che ci viene voglia di inoltrare una notizia, insultare uno sconosciuto o dispensare lezioni di vita a un pubblico che non le ha chieste, potremmo fermarci un momento. Ogni volta che ci ritroviamo alienati a scrollare per mezz’ora le nostre bacheche, una storia dopo l’altra, un video dopo l’altro, con l’idea di ammazzare il tempo. Poi alzi gli occhi e scopri che il tempo è sopravvissuto benissimo. A non farcela sono state la nostra attenzione che si abbassa sempre di più.. e la nostra voglia di parlare con chi abbiamo davanti..
Se per usare internet servisse davvero un patentino, saremmo sicuri di superare l’esame?
Perché prima di vietare i social ai ragazzi, sarebbe il caso di verificare quanti di tutti noi meriterebbero di avere la patente.

Redazione
Il nostro blog si occupa di approfondimenti legati al sociale, ai diritti civili, alla legalità, alla geopolitica e all’antimafia.




