di Arrigo Andreani
Latina, come il degrado degli impianti ha ucciso lo sport
Volley, calcio, basket, pugilato, baseball, rugby, pallanuoto, calcio a 5: viaggio nell'emergenza strutturale che ha privato la città dei suoi luoghi di aggregazione e delle sue eccellenze.
Latina ama definirsi anche attraverso lo sport, e avrebbe buoni motivi per farlo, ma mentre società e atleti continuavano a produrre risultati, gli impianti finivano sempre più spesso alle prese con manutenzione, carenze strutturali e problemi di gestione. Oggi il capoluogo si ritrova con un patrimonio sportivo pubblico invecchiato, incompleto, chiuso o inadeguato. Dove una piscina funzionante, un campo omologato o un palazzetto all’altezza delle competizioni sembrano diventati obiettivi da conquistare invece che normali dotazioni cittadine.
Il problema non è però il singolo impianto da ristrutturare, ma un sistema nel quale le criticità si sono accumulate fino a trasformare l’emergenza in una consuetudine. Strutture che attendono interventi, palestre scolastiche inutilizzabili dalle associazioni, campi incompleti e impianti ancora utilizzabili ma intrappolati nelle difficoltà burocratiche raccontano una città costretta a chiedere allo sport di sopravvivere da solo. E le società, da anni, fanno esattamente questo: si spostano, si arrangiano, aspettano e continuano a praticare sport anche quando intorno a loro mancano le condizioni per farlo.
Lo stadio dei veleni
Lo stadio “Domenico Francioni”, uno dei luoghi simbolo dello sport pontino, vive a sua volta una stagione di incertezza. Dopo il congelamento del bando ventennale, giudicato insostenibile dal Latina Calcio, il Comune è dovuto ricorrere a una concessione ponte fino al 30 giugno 2027. L’apertura delle buste ha assegnato la gestione all’Atletico Pontinia, che si occuperà fino a quella data anche del complesso sportivo “Gino Bondioli”, l’ex Fulgorcavi. Una soluzione temporanea che consente agli impianti di andare avanti, ma lascia ancora aperta la questione di una gestione stabile e introduce un paradosso non da poco. Il Latina Calcio continua a giocare al Francioni, la propria casa storica, ma per farlo deve ora rapportarsi con un gestore esterno e sostenere un canone mensile stimato in circa 7 mila euro. Mentre resta incerta anche la permanenza della sede del club all’interno dello stadio e la società valuta un possibile ricorso al Tar. E così anche quello che dovrebbe essere il luogo più naturale e riconoscibile del calcio cittadino finisce dentro il consueto labirinto di bandi, ricorsi e soluzioni provvisorie. In mezzo, però, resta il popolo del Francioni, forse l’elemento più stabile di tutta la vicenda. Una tifoseria scesa in piazza a protestare e che continua a riempire gli spalti difendendo con passione un luogo che considera parte della propria identità. Per il Latina Calcio si prospetta un futuro pieno di incertezza gestionale che può solo sfociare in difficoltà a programmare investimenti, sviluppare nuove entrate e costruire un futuro meno precario.
Il PalaBianchini: la casa perduta di basket, volley e calcio a 5
Il PalaBianchini di via dei Mille è forse il simbolo più doloroso del declino sportivo di Latina. Chiuso d’urgenza nel novembre del 2023 dopo che le verifiche avevano fatto emergere gravi problemi strutturali, il palazzetto ha finito per rappresentare non soltanto il fallimento di una manutenzione rimandata troppo a lungo, ma anche la perdita di uno dei principali luoghi dello sport cittadino.
E basta guardare a ciò che è accaduto alle squadre che per anni hanno abitato quelle tribune per capire quanto sia costato quel vuoto. Per diversi anni Latina ha avuto una squadra stabilmente ai vertici della pallavolo di Serie A, capace di portare in città grandi campioni, pubblico e partite che trasformavano il palazzetto in un appuntamento collettivo. Poi, poco alla volta, quella storia si è spostata altrove. Il PalaBianchini non aveva più i requisiti necessari per ospitare la massima serie e la Top Volley Latina, dopo aver peregrinato tra Frosinone, Genzano e Cisterna, ha finito per trasferire definitivamente sede e titolo sportivo. La Serie A di volley è così uscita da Latina quasi senza una cerimonia d’addio, lasciando una città privata di uno dei suoi appuntamenti sportivi più importanti.
Ma il vuoto lasciato dal PalaBianchini non riguarda soltanto la pallavolo. Anche il calcio a 5, che a Latina aveva raggiunto la massima serie, ha finito per scomparire dalla scena nazionale. In questo caso, alla difficoltà di disporre di un impianto adeguato si aggiunse una profonda crisi finanziaria che nel 2020 portò la società a rinunciare all’iscrizione alla Serie A e, successivamente, anche alla Serie A2. Non fu dunque una retrocessione maturata sul campo, ma l’uscita dalla massima serie di una squadra che per anni aveva rappresentato uno dei fiori all’occhiello dello sport cittadino. La ripartenza dai campionati dilettantistici fu il punto più basso di una parabola che aveva portato il calcio a 5 di Latina fino ai vertici nazionali.
Anche il basket ha pagato a caro prezzo la perdita del PalaBianchini, con la Benacquista Latina costretta per anni a peregrinare nei palazzetti della provincia per disputare le proprie partite. Ora, però, la società ha scelto di provare a cambiare strada, puntando sull’autofinanziamento e sulla costruzione di una nuova casa nell’area ex Onorati di via Nascosa. Il progetto, sostenuto da una convenzione approvata dal Comune, prevede la realizzazione del “Pala Lucio”, una struttura temporanea destinata a ospitare la prima squadra, il settore giovanile, il minibasket e anche il basket in carrozzina. È una soluzione privata e a tempo, ma contiene un elemento che nel panorama degli impianti cittadini suona quasi controcorrente: davanti all’assenza di una struttura pubblica adeguata, qualcuno ha deciso di costruirsene una.
Il “diamante” nel fango: lo scempio del baseball
Se il PalaBianchini racconta il rapporto complicato tra Latina e il cemento, lo storico campo del baseball di via Ezio racconta invece quello tra Latina e l’abbandono. Con problemi all’illuminazione, indispensabile per le partite serali delle categorie superiori, gravi carenze sul piano della sicurezza e senza una gestione stabile l’impianto è diventato una struttura fantasma. Si aggiungono inevitabilmente vandalismo, erba alta e spogliatoi inutilizzabili, che viene quasi spontaneo chiedersi se prima o poi, accanto alla squadra di baseball, non debba essere iscritta anche quella di giardinaggio. Che almeno avrebbe il vantaggio di trovare il campo già pronto. Dietro quel degrado c’è una società, l’Insieme Latina Baseball, che aveva costruito negli anni settori giovanili importanti e partecipato ai campionati nazionali. E c’è un Latina BC che ha dovuto rinunciare alla Serie C dopo i fasti di un passato che lo aveva visto arrivare fino all’Eccellenza. Soltanto di recente sono stati approvati progetti di efficientamento energetico per i campi da rugby e baseball “Mario Zago”, con circa 331 mila euro di fondi regionali FESR, destinati alla riqualificazione dell’area e alla preparazione di futuri bandi di gestione. Ma anche qui il dato più interessante non è soltanto quello dei soldi che finalmente arrivano, quanto il fatto che una struttura sportiva debba arrivare al punto di sembrare abbandonata prima che qualcuno torni a considerarla una priorità.
Il caso del Palaboxe: l’odissea burocratica di via Aspromonte
Poi c’è il Palaboxe di via Aspromonte, che aggiunge un paradosso al quadro. Una palestra in buone condizioni, contesa da due società, rischia di chiudere non per problemi strutturali, ma per una vicenda amministrativa. Dopo l’aggiudicazione alla storica Asd Boxe Latina, il ricorso della concorrente The Champion ha portato il Consiglio di Stato a sospendere l’affidamento, disponendo lo sgombero mentre si attende il giudizio di merito. Il termine è stato prorogato al 30 settembre e, nel frattempo, una struttura perfettamente funzionante resta appesa alle carte. A Latina, insomma, persino quando un impianto non ha bisogno di essere riparato, si può sempre trovare un modo per tenerlo fermo.
Dall’acqua al rugby: un’epidemia che colpisce tutti
La piscina comunale di via dei Mille racconta forse più di ogni altro impianto la progressiva perdita di peso dello sport pontino. Per anni è stata la casa del nuoto e della pallanuoto, ospitando realtà capaci di arrivare fino alla Serie A1 e alla Serie A2. Poi guasti, problemi strutturali, revoche delle concessioni e chiusure hanno trasformato quella che era una risorsa sportiva in un luogo da cui partire. Latina Pallanuoto e Centro Nuoto Latina si sono ritrovate costrette a cercare vasche tra Anzio e Roma, pagando in trasferte, organizzazione e soprattutto nel rapporto con il proprio pubblico un prezzo che nessuna classifica avrebbe potuto registrare. Il risultato è stato il ridimensionamento di società e ambizioni, fino alla rinuncia ai titoli e alla ripartenza dalle categorie inferiori.
Il rugby pontino vive una frammentazione che racconta bene anche le difficoltà degli impianti. Da una parte il “Mario Zago”, struttura comunale strategica per rugby e baseball, che attende interventi di riqualificazione e una nuova gestione; dall’altra il campo di Via dei Siculi, portato avanti dal Rugby Club Latina grazie soprattutto all’autofinanziamento e al lavoro di volontari e famiglie. Un modello che consente di sopravvivere, ma non di programmare davvero il futuro. Anche la manutenzione ordinaria finisce infatti sulle spalle delle associazioni, mentre gli investimenti strutturali restano una questione aperta.
L’odissea del football americano: il caso dei Buffalos Latina
L’emergenza infrastrutturale non risparmia nessuno, neppure le realtà capaci di costruire eccellenze dal nulla. È il caso dei LT Buffalos, unica squadra di football americano della provincia di Latina e unico team del Lazio a veder schierata una formazione interamente femminile. Dalla loro fondazione nel 2017, i Buffalos — autentica fucina di talenti giovanili e senior approdati fino agli stage della Nazionale Italiana — vivono un’odissea continua alla ricerca di una “casa”.
Senza un bando comunale a cui poter partecipare per l’assegnazione di un impianto dedicato, la società è stata costretta per anni a vagare tra i vari campi da calcio della città, gestiti in subaffitto grazie all’ospitalità a pagamento di altri club. Un precariato sportivo fatto di orari ridotti, spazi risicati, assenza di magazzini e, nei casi più gravi, materiale chiuso a chiave dall’oggi al domani senza alcun preavviso. Nonostante l’incertezza quotidiana, i Buffalos sono riusciti a portare il grande sport in città, ospitando con successo diverse tappe della Coppa Italia Nazionale. Alla fine, la svolta è arrivata fuori dai confini comunali: da due anni il team si è trasferito a Cisterna di Latina, aggiudicandosi un bando pubblico basato sui criteri di meritocrazia sportiva. Una domanda sorge spontanea e pesa sul futuro dello sport capoluogo: perché a Latina tutto questo non è stato possibile?
L’intervento di Gennaro Ciaramella
Sul tema dell’impiantistica sportiva e, più in generale, del rapporto tra sport, politica e città, è intervenuto anche Gennaro Ciaramella, memoria storica dello sport pontino, che ha affidato a un lungo intervento pubblico alcune riflessioni sulla situazione degli impianti di Latina e sul futuro dello stadio Francioni. Ciaramella ricorda come le difficoltà dell’impiantistica cittadina siano collegate ad una mancanza di visione da oltre 35 anni e richiama la stagione in cui, sotto la guida dell’allora presidente del Coni Pino D’Alessandro, si puntava a dotare i quartieri di impianti polivalenti, concepiti come luoghi di aggregazione e promozione di uno stile di vita sano.
Nel suo intervento, Ciaramella allarga però lo sguardo anche alla progressiva perdita di importanti realtà sportive pontine, citando la pallavolo trasferitasi a Cisterna, la chiusura del calcio a 5 e le difficoltà attraversate da altre discipline, dal basket alla boxe. Una situazione che, secondo la sua lettura, evidenzia quanto Latina sia rimasta indietro sul fronte degli impianti rispetto ad altre realtà del Lazio. Particolarmente dura è la critica rivolta alla politica, accusata di essersi interessata allo sport soprattutto nei momenti di maggiore visibilità, senza conoscere fino in fondo i sacrifici quotidiani di società, dirigenti e atleti.
Gennaro parla di una «guerra» intorno al Francioni e invita maggioranza e opposizione a superare le contrapposizioni per affrontare insieme una questione che riguarda l’intera città. Il suo appello è quello di tornare a conoscere concretamente il mondo dello sport, visitando le società e ascoltandone esigenze e difficoltà, perché – osserva – le squadre che portano il nome di Latina rappresentano un patrimonio della comunità. E proprio in questo senso arriva una delle sue considerazioni più significative: «Il senso di appartenenza che non riesce a creare la politica, lo crea lo sport».
La partita che resta da giocare
Alla fine, il problema degli impianti sportivi di Latina non è soltanto quello delle strutture che cadono, chiudono o vengono affidate con qualche formula provvisoria inventata per arrivare alla settimana successiva. È il racconto di una città che per troppo tempo ha amministrato lo sport come si amministrano le emergenze: aspettando che qualcosa si rompesse abbastanza da rendere inevitabile un intervento. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il volley di Serie A ha trovato casa altrove perdendo nel tempo la categoria, il basket ha dovuto peregrinare prima di provare a costruirsi una nuova casa, la pallanuoto ha perso vasche e categorie, il baseball ha visto spegnersi un impianto che un tempo aveva un peso nazionale, il rugby continua a sopravvivere soprattutto grazie a chi mette tempo, soldi e fatica propri. Mentre il Francioni è diventato l’ennesimo capitolo di una storia fatta di concessioni e ricorsi.
Eppure sarebbe troppo facile fermarsi alla fotografia del disastro, perché Latina non è una città senza sport. E’ una città nella quale lo sport continua a resistere nonostante gli impianti. Ci sono società che non mollano, famiglie che accompagnano i figli agli allenamenti, dirigenti che fanno quadrare bilanci impossibili e volontari che tengono in piedi strutture che avrebbero bisogno di ben altro che di buona volontà. Persino nei momenti più complicati, insomma, la domanda di sport è rimasta viva. E’ l’offerta pubblica ad averle risposto troppo spesso con un cancello chiuso.
Adesso qualche segnale c’è, dai progetti di riqualificazione alla nuova casa del basket, fino agli interventi annunciati sugli impianti più compromessi. Ma il vero salto di qualità arriverà soltanto quando Latina smetterà di considerare un palazzetto, una piscina o un campo come un problema da risolvere e tornerà a considerarli per quello che sono: infrastrutture sociali, luoghi dove una città costruisce relazioni, ambizioni e perfino un po’ della propria identità.
Alla fine, la vera partita che Latina deve giocare è un’altra: capire che lo sport non è un capitolo marginale dell’amministrazione, ma una parte della costruzione di una comunità. È una responsabilità precisa delle istituzioni investire negli impianti, mantenerli, progettarli pensando non soltanto alle società sportive di oggi, ma ai ragazzi di domani. Perché è lì, dentro una palestra, su un campo, sugli spalti di uno stadio, che spesso nasce quel senso di appartenenza che una città fatica a costruire altrove. E quegli stessi luoghi possono diventare qualcosa di più: palazzetti per i concerti, stadi per i grandi eventi, spazi di incontro e di aggregazione. In una città che soffre anche la carenza di occasioni culturali e ricreative, gli impianti sportivi possono essere parte della risposta. La domanda, allora, non è soltanto quanti impianti riusciremo a sistemare. È se chi governa Latina avrà finalmente la consapevolezza che investire nello sport significa investire nella città.
Perché una città non si misura soltanto da ciò che costruisce. Ma da quante persone riesce a far sentire parte di qualcosa.

Redazione
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