di Arrigo Andreani
Sanità a Latina: ospedali, pronto soccorso e servizi. Come vanno le cose?
Per provare a capirlo, abbiamo messo insieme dati ufficiali, servizi disponibili e informazioni sulle strutture sanitarie del territorio.
Spesso, quando si parla di sanità, di solito ci si ricorda della sua esistenza quando ne abbiamo bisogno. Una visita da prenotare, un familiare da accompagnare al pronto soccorso, un esame da fare o la necessità di trovare un medico vicino casa. È in quei momenti che i grandi discorsi dei telegiornali diventano vita reale, fatta di attese, speranze e qualche inevitabile contrattempo.
Ma com’è la situazione a Latina e nel resto della provincia? Gli ospedali riescono a rispondere alle esigenze dei cittadini? Come funziona il pronto soccorso? E i nuovi servizi territoriali, tra ambulatori e Case della Comunità, sono davvero un aiuto per chi ha bisogno di cure?
Per provare a capirlo, abbiamo messo insieme dati ufficiali, servizi disponibili e informazioni sulle strutture sanitarie del territorio. Senza partire dall’idea che sia tutto un disastro, ma neanche dando per scontato che basti inaugurare un reparto per aver risolto ogni problema.
L’obiettivo è semplice: capire cosa offre oggi la sanità pontina, quali servizi funzionano, dove emergono le difficoltà e quali aspetti meritano maggiore attenzione. Perché dietro i numeri ci sono persone, famiglie e bisogni quotidiani. E conoscere meglio la situazione è il primo passo per capire cosa possiamo aspettarci dal sistema sanitario del nostro territorio.
Pronto soccorso Latina
Nel 2024 i pronto soccorso dei presidi diretti della ASL di Latina hanno registrato 141.485 accessi, contro i 132.844 dell’anno precedente: circa 8.600 in più in dodici mesi. Numeri che da soli non dicono tutto. Per capire quanto pesano, bisogna guardare come vengono gestiti i flussi, quanto si aspetta prima del ricovero e che cosa distingue l’ospedale del capoluogo dagli altri della provincia.
Il punto di partenza è la rete dell’emergenza pontina. Il Santa Maria Goretti di Latina è un DEA di secondo livello che copre un bacino che supera i confini comunali con l’intera provincia e arriva fino ad Anzio e Nettuno. La progressiva riduzione delle funzioni nei centri più piccoli, come Cori e Priverno, ha finito per concentrare sul capoluogo gran parte della domanda. Compresa una fetta consistente di accessi impropri, cioè di persone che bussano qui semplicemente perché non hanno trovato un’alternativa valida vicino a casa. In più, la carenza di medici specialisti ha pesato parecchio: per quasi due anni il Goretti è stato l’unico punto di riferimento in zona a garantire la guardia ortopedica di notte e nei festivi.
La pressione sul presidio resta alta. Nel 2025 gli accessi sono stati 52.604, di cui un quarto classificati come urgenze severe (codici 1 e 2). Nei primi otto mesi del 2026 la quota di casi gravi è persino salita al 27%. Nei mesi estivi si viaggia con una media di 170-180 ingressi al giorno con giornate particolarmente impegnative. Per esempio il primo sabato di settembre del 2026 ha registrato il record di 134 persone presenti contemporaneamente, con oltre 60 codici rossi e arancioni presi in carico nello stesso momento. Una mole di lavoro che mette a dura prova anche gli operatori più esperti.
Qualche segnale incoraggiante arriva dai tempi d’attesa. La Direzione della ASL rileva che l’intervallo tra la prima visita e il ricovero in reparto si è ridotto del 46%, passando dalle 32 ore medie del 2023 (1.946 minuti) ai 1.041 minuti attuali, ossia circa 17 ore. Diciassette ore restano senza dubbio un’attesa prolungata, ma la flessione indica che la riorganizzazione interna sta muovendo qualcosa nella direzione giusta.

Nuovi servizi: le Case della Comunità funzionano davvero?
Per alleggerire gli ospedali serve una rete territoriale capace di offrire risposte prima che un problema diventi un’emergenza. Le Case della Comunità nascono proprio con questo obiettivo: avvicinare le cure ai cittadini, facilitare l’accesso ai servizi infermieristici, seguire i pazienti cronici e offrire prestazioni di base senza costringere tutti a rivolgersi all’ospedale.
Nel 2026 ne sono state inaugurate due, una a Latina Scalo e una a Borgo Sabotino, che si affiancano alla sede centrale di piazza Celli.
Il problema, però, è capire quanto questi servizi siano effettivamente disponibili. Le opposizioni in Consiglio comunale hanno segnalato strutture ancora operative soltanto parzialmente. Anche la sindaca Matilde Celentano ha riconosciuto difficoltà legate alla carenza di personale, mentre Regione e ASL lavorano al completamento del piano di 15 Case e 4 Ospedali di Comunità finanziati dal PNRR. Nel frattempo, il coinvolgimento dei volontari del Terzo Settore può aiutare gli utenti a orientarsi tra procedure e servizi. È un contributo prezioso sul piano umano, ma non sostituisce la presenza di medici e specialisti.
Una struttura sanitaria funziona davvero quando è in grado di offrire prestazioni, non semplicemente quando apre le porte.
Se mancano professionisti, orari adeguati e servizi accessibili, il cittadino continuerà a considerare il pronto soccorso la risposta più sicura, anche per problemi che potrebbero essere gestiti diversamente.
Inaugurazione della nuova Casa della Comunità di Borgo Sabotino. Il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, taglia il nastro tricolore alla presenza dei vertici della ASL pontina, del sindaco e delle autorità locali.

Il problema non è soltanto avere un edificio
Un presidio inaugurato o un’opera pubblica completata non cambiano da soli la salute di nessuno. Una Casa della Comunità o un ambulatorio territoriale servono davvero solo se dentro ci lavorano professionisti in numero sufficiente, con orari estesi, visite e diagnostica di base a disposizione. Altrimenti restano belle facciate con l’insegna nuova. Su questo punto la stessa ASL di Latina e la politica locale sono d’accordo: la difficoltà principale è reclutare medici e specialisti.
Si tratta di un fenomeno di portata nazionale, che a Latina mostra i suoi effetti principali su due fronti. Il primo è proprio la sanità di vicinato, dove i nuovi centri aprono con orari ridotti per mancanza di turni coperti. Il secondo riguarda l’attività dei reparti ospedalieri.
L’esempio più emblematico è l’Ortopedia del Goretti. A causa della grave carenza di organico, per quasi due anni il presidio è stato l’unico della provincia a garantire la guardia ortopedica notturna e festiva. E per circa cinque mesi le urgenze ortopediche di un’intero bacino provinciale sono ricadute su un solo medico reperibile..
Le ragioni della carenza sono molteplici. Oltre alla scarsità generale di specialisti, dobbiamo fare i conti con finanziamenti regionali non sempre allineati alle reali esigenze del territorio, restringendo i margini di manovra per i concorsi. La provincia di Latina continua ad avere la quota più bassa di tutto il Lazio, e meno risorse significano meno margine per rafforzare il servizio pubblico.
Gli annunci non mancano
In futuro si parla anche dell’ampliamento del Pronto Soccorso e soprattutto degli oltre 261 milioni per il Nuovo Ospedale di Latina a Borgo Piave. Ma l’efficacia della sanità pubblica non si misura sui bilanci aziendali né sui tempi medi di permanenza in pronto soccorso. Si misura nella vita di chi vive qui, e nell’equilibrio tra l’ospedale e un territorio che sappia prevenire e assistere ogni giorno.
Dopo aver girato tra i numeri ufficiali una cosa risulta più chiara del resto: la mancanza di personale. Intorno a questo nodo si costruisce di tutto. Si inaugurano edifici, si lanciano piani straordinari, si inventano percorsi alternativi, si mettono i volontari dove servirebbe un medico. Sono toppe, alcune anche sensate, ma la coperta resta quella e se la tiri di qua, scopri di là. Si può accorciare una lista d’attesa spostando risorse da un reparto all’altro, ma allora si allunga quella del reparto vicino. Perché per curare tante persone e smaltire le attese serve una cosa sola, e non si compra a metri quadri: il personale. E se il personale non c’è, in gran parte è perché le condizioni non reggono il confronto. Gli stipendi sono inadeguati al carico di lavoro e alle responsabilità, e chi può va altrove come nel privato, all’estero o semplicemente fuori dalla professione. Chiedere al personale sanitario di tenere in piedi un sistema sempre più pesante, con retribuzioni ferme, è come chiedere a un motore di fare più giri senza aggiungere benzina. Ovviamente parliamo di un problema che non è circoscritto al solo territorio pontino, ma a tutto il Paese.
Per questo l’adeguamento dei contratti collettivi nazionali sembra l’unica via d’uscita davvero credibile. Non l’unica misura, certo. Servono anche organici programmati, turni sostenibili, percorsi di carriera e un’organizzazione che non bruci le persone. Ma senza stipendi dignitosi gli altri interventi somigliano a riverniciare una casa con le fondamenta in cedimento. E finché non torneremo a dare un valore giusto a chi si prende cura di noi, la salute resterà un lusso a rate e i nostri ospedali continueranno a essere cattedrali nel deserto, belle da guardare sulla carta ma spaventosamente vuote quando fuori fa buio.

Redazione
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