La storia è di tutti, la memoria di ognuno (prima parte)

Per analizzare la complessa vicenda sulla questione del Parco Falcone e Borsellino di Latina già Parco Comunale altrimenti detti Giardinetti già Parco Arnaldo Mussolini può essere questo un punto di partenza.

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«Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato la mente di saggi, sapienti e intellettuali». Così scrive, sarcastico, Luciano Bianciardi nel suo libro ‘Il lavoro culturale’. Si parla della Kansas City del libro, dietro cui l’autore nasconde Grosseto, e «stando così le cose non c’è da stupirsi se anche nella nostra città, piccola città, ma civile e progredita, c’erano sapienti, dotti e intellettuali che ne cercavano alacremente le origini». Succede più o meno la stessa cosa qui a Latina. Avendo una storia così breve – 89 anni che per una persona saranno tanti ma per una città non sono niente – è inevitabile che ogni cosa del passato ha a che fare, di dritto o di rovescio, con il tema delle origini. E se a questa peculiarità, sommiamo che si parla di una origine molto particolare visto che la nostra città è nata per volontà di uno dei regimi totalitari che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, con tutti gli annessi di guerra mondiale, sfollamenti e ricostruzioni, va da sé che quando a Latina si parla di passato, si parla di origini e si parla di fascismo e di Duce e di personaggi legati a quella vicenda lì.
Mentre nel libro di Bianciardi la questione delle origini era relativamente semplice, perché la discussione e l’interesse apparteneva a tre fazioni, qui a Latina la questione si fa più complicata e difficile, perché alla ricostruzione storica della Fondazione e delle origini si intreccia in maniera quasi indistinguibile la memoria di ognuno dei protagonisti e dei loro figli e dei loro nipoti e pronipoti. In linea teorica sarebbe molto facile distinguere tra ricordare un fatto e capire cosa è veramente successo. In pratica però, se ci mettiamo tutto il portato della nostra Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra, con tutte le contraddizioni irrisolte di questo Paese, la memoria diventa quasi un simbionte della storia, proprio come in un film Marvel. La storia e la memoria rischiano di diventare praticamente una cosa sola. E non va bene, non è un segno di salute.
Uno dei sintomi è la mania che si è scatenata in città e che ha imposto una visione mitologica della Latina degli anni 30-40 in particolare, proprio quella della Fondazione e delle origini. Ma più in generale, ognuno di noi ha una sua Latina del passato che ricorda come l’età dell’oro. E proprio in questa difficoltà nel discernere tra il ricordo personale e la verità storica del periodo che si mitizza, è nascosto il segnale che qualcosa non va. Simon Reynolds che nel suo saggio Retromania, scrive:
«La nostalgia blocca la nostra capacità culturale di guardare avanti, oppure siamo nostalgici perché la cultura ha smesso di progredire, costringendoci a concentrare l’attenzione su epoche più movimentate e dinamiche? Cosa succederà quando saremo a corto di passato?»
Quante volte ci siamo detti che a Latina culturalmente non succede niente dal (mettete voi l’anno)? Ma non voglio cominciare una digressione, ché il mezzo impone la maggiore brevità possibile, e quindi questo è un argomento che tratteremo magari un’altra volta o più avanti, chissà.
Adesso vorrei parlare del secondo punto interrogativo: abbiamo un passato molto breve, che analizziamo documento per documento, ricordo per ricordo, virgola per virgola e parola per parola, ma l’impressione di finitezza è incombente. Ancora più incombente è la sensazione di inutilità, perché l’analisi fatta in questa maniera è l’esercizio onanistico di una comunità che non sa far altro che pensare sé stessa al passato, in una autocelebrazione continua. Sta a noi compiere il miracolo: riuscire a distinguere la storia e la memoria, con tutte le conseguenze (positive) che ne derivano.
Alessandro Barbero afferma un concetto condivisibile: «La storia deve essere la capacità di andare al di là della memoria di ciascuno. La storia deve cercare di ricostruire la verità per quanto più possibile, perché nella verità ci siamo tutti». Perché la storia non si cancella è solo la prima parte di un’affermazione che deve andare oltre: la storia non si cancella perché si accetta nella sua interezza. A Latina c’è stato il fascismo ma c’è stata anche la Liberazione e la democrazia. Ogni singola decisione fa parte della storia. Mentre per la memoria è vero quello che diceva Antonio Pennacchi, scrittore che mi ha insegnato parecchio (e che forse non ho compreso per intero): «ognuno gà la so razón». Ognuno ha la sua ragione, ha fatto i suoi ragionamenti per averla, è convinto di essere nel giusto o che lo sia la sua parte, compie i suoi atti per dei motivi e non certo per caso.
Per analizzare la complessa vicenda sulla questione del Parco Falcone e Borsellino già Parco Comunale altrimenti detti Giardinetti già Parco Arnaldo Mussolini può essere questo un punto di partenza. Cercando di compiere lo stesso sforzo che Pennacchi compie in ogni sua opera: la tensione tra storia e memoria, in cui la prima apparteneva ad una sfera pubblica, il più possibile oggettiva, mentre la seconda apparteneva alla sfera privata, quindi ad ognuno di noi, alle ragioni e ai torti che ci portiamo appresso.
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