Covid di carnevale

megafono
IL MEGAFONO
di Arrigo Andreani

Stupore, spavento, imbarazzo, gioia. Queste erano, fino a poco tempo fa, alcune delle espressioni che potevamo osservare nell’altro. Riconoscendole, dando loro un nome. Senza avere la necessità di domandare “Ehi tu, come ti senti?”. Con la mascherina cambia il modo di comunicare, spersonalizzando la percezione sociale di un determinato evento. E pian piano stiamo imparando ad usarla anche per difenderci dagli sguardi che prima, al contrario, sarebbero riusciti a leggerci dentro. Che poi non è che sia un bene.

A salvarci però c’è il sorriso denominato “Duchenne” che si verifica quando gli angoli delle labbra si alzano muovendo anche il muscolo intorno agli occhi, mettendo in mostra talvolta qualche ruga e svelando così il sorriso anche quando qualcuno indossa una mascherina. Dimostrandoci che la velocità di adattamento della natura è straordinaria. La simbologia delle mascherine ci riporta però indietro a Luigi Pirandello che di maschere se ne intendeva e forse è stato, al contrario di Orwell, il vero precursore di questi tempi anticipando a tutti che “c’è una maschera per la famiglia, una per la società e una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno”.

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