Rubrica “VITE CONTRO LE MAFIE” – Gaetano Saffioti, l’imprenditore che resiste alla ‘ndrangheta

Dal 2002 Gaetano Saffioti vive sotto scorta assieme alla sua famiglia. Da imprenditore è diventato testimone di giustizia dopo aver denunciato, fatto arrestare e condannare alcuni dei boss più pericolosi della piana di Gioia Tauro.

Gaetano Saffioti è un imprenditore di Palmi (in provincia di Reggio Calabria), proprietario dell’azienda “Saffioti calcestruzzi e movimento terra”. Il territorio in cui opera è estremamente complesso e fin da subito deve fare i conti con la legge della ‘ndrangheta.

Gaetano comincia a lavorare giovanissimo. Nel 1981 dà vita alla sua impresa, vince diversi appalti pubblici e privati guadagnandosi così anche l’attenzione della ‘ndrangheta che incomincia a reclamare la sua parte di potere e ricchezza. Iniziano così le richieste estorsive che sfociano in numerose minacce, intimidazioni, danneggiamenti (come l’incendio di un camion di sua proprietà appiccato dallo stesso autista sotto le minacce delle armi delle ‘ndrine) e costrizioni, visto che non era libero di utilizzare la propria cava per la sabbia, ma doveva comprarla per forza dalle imprese mafiose. Tale situazione soffocante si è protratta per diversi anni, durante i quali Saffioti è costretto a subire e pagare, finché nel 2002 decide di dare una forte svolta e denuncia il tutto alla magistratura. Da allora la sua vita diventerà blindata, sempre sotto scorta assieme alla sua famiglia, perderà molte commesse, dipendenti, amici ma decide comunque di restare in Calabria e continuare l’attività (il suo cemento è stato usato su un tratto di pista all’aeroporto di Parigi), rifiutando gli aiuti economici statali per i testimoni di giustizia.

Con le sue dichiarazioni ha dato il via a diverse operazione anti ‘ndrangheta, tra cui quella denominata Tallone d’Achille, che ha portato all’arresto e alla successiva condanna, per associazione di tipo mafioso ed estorsione, di 48 esponenti delle famiglie mafiose dei Bellocco, Mazzagatti, Romeo, Nasone, Piromalli e Gallico.

Dal 2002 vive sotto scorta nella località di origine a Palmi.

Brevemente, la sua esperienza: chi è Gaetano Saffioti?

«L’esperienza di un calabrese, imprenditore che ha fatto “la scelta sbagliata”. La prima violenza della ‘ndrangheta la provai e subi’ già alla tenera età dei nove anni, quando in vacanza presso una colonia estiva organizzata dalla scuola elementare di Palmi, dopo tre giorni di permanenza mi raggiunse mio padre (produttore olio d’oliva e frantoiano) il quale a seguito di minacce ricevute, temendo per la mia incolumità, mi chiese (ordinò) di abbandonare la tanta agognata vacanza per ragioni di “sentire della mancanza della mia presenza a casa”. Certo non fu facile per me quella scelta “obbligata” ma il rispetto e l’obbedienza verso il genitore fu più forte della piacevolezza di stare con coetanei in una nuova e bella esperienza. Mio padre, come anche ai miei fratelli (siamo 4 fratelli e 2 sorelle), finchè potè ci inculcò già dalla giovanissima età i valori della vita, della morale, del lavoro, dell’onestà, del rispetto verso gli altri. Questa sua scuola di vita fu ed è molto importante per me e ne sento molto la mancanza,non solo per il legame affettivo che ci legava. Non ci parlò mai e ci tenne estranei alle vicende “ambientali”, per ovvie ragioni vista la mia età e dei miei fratelli, ma una volta avvenuta la sua scomparsa, questo peso tocco a mia madre, sia dal punto informativo verso di noi che dal lato di affrontare il problema con questi estranei. E’ facilmente intuibile la difficoltà di affrontare tale problematica da parte di una donna,vedova per di più, madre di 6 figli,minorenni, e una azienda da mandare avanti. L’arrivo dell’ennesima richiesta estorsiva la spinse a rivelarci (di quello che era a conoscenza e non credo che mio padre le dicesse tutto) tra pianti, la sua grande preoccupazione e il non saper uscirne fuori. Dicemmo in coro di rivolgersi alle forze dell’ordine ma lei ci supplicò di tenere a mente quale fossero le regole che vigevano (ahime tutt’ora) nella cultura calabrese. Se ci si rivolge alle forze di polizia si è infami e traditori (ma di che?) e l’unica scelta possibile è cercare un intermediario ,oppure pagare in silenzio (atto dovuto,lo fanno tutti) ed in ultima analisi andare via (ma dove?) se te lo consentono,oltretutto!!! 

Mia madre ci spiegò che da sempre nel territorio insistono delle famiglie storiche che controllano e gestiscono sia le attività che la vita delle persone, che è un fatto normale dare loro quello che chiedono perché un “diritto” acquisito. Cominciai a chiedermi se vivessi in Italia o in un paese ove vige ancora la forza bruta, le famiglie e regole tribali, il genuflettersi oltre a Dio, etc…: insomma se ero libero. Da lì capii in quale contesto avrei dovuto vivere e lavorare. I pochi ma essenziali insegnamenti che mio padre riuscì a dare contribuirono non poco a farmi crescere, studiando e lavorando fino a tarda ora, al fine di apportare il personale contributo al bene familiare, dapprima nell’azienda da lui creata e successivamente seguendo una mia vocazione per il settore edilizio. Così, dopo aver adempiuto al servizio di leva che svolsi come agente ausiliare nel corpo degli agenti di custodia (giusto per non perdere un anno di vita inutilmente, inviando denaro a casa e non viceversa) mi iscrissi alla Camera di Commercio per dare ufficialmente corso alla mia “vocazione”. Era il Marzo 1981 e da subito ed in percentuale di crescita della mia personale Ditta nel corso dei successivi anni fui vessato, perseguitato quasi fosse un delitto quello di crescere e creare occupazione e di conseguenza sviluppo e benessere per se e per gli altri. Ma le regole della ‘ndrangheta sono queste, chiedere se si può o no partecipare ad un appalto,ad assumere una determinata persona, ad acquistare un terreno, aprire una nuova attività, acquistare dal tale fornitore e via dicendo. Insomma di tutto e di più. Oramai sapevo le regole non scritte dello ”Stato ‘ndrangheta” e a cosa andavo incontro per il mancato rispetto delle stesse; ciò nonostante cercai sempre come eludere e/o ritardare tale imposizioni,adempimenti, a volte con buoni risultati, altre meno che provocarono ritorsioni pesanti (danneggiamenti, atti dinamitardi). Anche se le avevo messe in conto, quando si verificavano provavo un grande senso di sconforto, di impotenza soprattutto per l’incapacità di reagire nelle forme e nei modi che avrei voluto, frenato da ciò che avrebbe sicuramente comportato una scelta così “controcorrente”; d’altronde anche in occasione della denuncia di un attentato incendiario che avevo subito, il maresciallo dei carabinieri che raccolse le mie dichiarazioni in relazione a tale evento di certo non mi incoraggio a fare nomi dei probabili esecutori dato che “andrebbe certo incontro a più terribili ritorsioni ed è meglio pensare alla propria famiglia che intraprendere una strada che non la porterà da nessuna parte,viste anche le leggi che ci sono nel ns. Stato” Già, l’incolumità della propria famiglia stava di certo a cuore più di tutti i beni che possedevo, ma mi posi la domanda se questo era il comportamento da tenere o più verosimilmente inconsapevolmente li legavo al sistema. Ero combattuto tra il trovare la propria dignità, mantenere il lavoro, gli operai, la serenità familiare, ma mi rendevo conto dell’inapplicabilità di ciò nel contesto in cui dovevo convivere ed operare. Cercavo solidarietà nei colleghi di sventura; le risposte erano ”ma se lo Stato non fa niente,perché non è cieco cosa possiamo fare noi?.. Abbiamo le ns. famiglie,non possiamo rischiare..è stato sempre così e così sarà fino alla fine dei tempi….”: l’insofferenza mischiata all’impotenza. Vi rendete conto che futuro daremo ai ns. figli? Che eredità lasceremo, noi padri? Che esempio dovranno seguire? mi sgolavo a dire.. “ se tu sei uscito pazzo – mi dissero – meglio andare via ma non fare denunce”. Le scelte sono quelle infatti: andare via, continuare a essere sottomessi. 

Ma io non avevo fatto niente di male, e non volevo fuggire dalla realtà, tanto meno non volevo insegnare a mio figlio, indipendentemente da ciò che sarebbe stata la sua attività lavorativa, il doversi adattare a queste regole barbariche; non solo,ero cosciente che potevo apportare il mio piccolo contributo a quella comunità sana che vorrebbe emergere e che non trova la spinta necessaria per farlo o che non dispone di fatti che potrebbero incidere ad un cambiamento. Quindi ho creduto che fosse anche mio dovere di cittadino calabrese, che ama la propria terra, che crede nella libertà, nella dignità di uomo, nei valori morali della vita (oramai quasi surclassati dal materialismo,dal potere) affrontare la questione nel modo più giusto e coerente al quale legavo tutte le mie riflessioni,sempre frenato dalle conseguenze. Come ogni cosa che mal si sopporta arriva il momento della classica goccia che fa traboccare il vaso, e di gocce ve ne furono parecchie; dall’autista che sotto la minaccia delle armi dovette suo malgrado dare fuoco al camion che stava guidando, al dott. Pennisi che rese dichiarazioni provocatorie dando della codardia agli imprenditori, a tutti i rospi che quotidianamente dovevo ingoiare. Fu così che decisi di immolare sull’altare del sacrificio tutti i miei sogni, le mie aspettative di crescita, consapevole che la scelta sbagliata non sarebbe rimasta immune da una consistente quota di dolore e da un disagio sufficientemente profondo per dare un fondo di amaro anche al più solare dei sorrisi ed allo strenuo esercizio per una salvifica ironia. Ma finalmente LIBERO da questa idra, fosca,vivida piaga, presenza endemica del territorio».

Quale cosa ritiene sia la migliore della sua attuale situazione?

Avere la libertà di uomo, potermi guardare allo specchio serenamente,aver fatto tutto ciò che potevo fare, e non solo per me.

….e la peggiore?

Avere comunque con la mia decisione coinvolto persone la cui unica colpa è di essere a me care e per questa ragione dover vivere una vita blindata,con tutto ciò che ne comporta.

Esiste la mafia?

Esiste a tutti i livelli,oramai non si può parlare di infiltrazioni, perché la società ne è altamente impregnata

…e lo Stato?

Per quanto mi riguarda vivo nella giurisdizione dello “Stato della ‘ndrangheta”, anche se geograficamente dovrei dire Stato Italiano, ma mi creda che è così, voglio solo credere e convincere me stesso che lo Stato Italiano a cui sono fiero di appartenere non abbia ancora espresso la sua forza di contrasto (non voglio dire che non lo voglia anche se non so o non voglio darmi una risposta all’atteggiamento fin qui espresso) anche se è da ammirare e lodare per tutti gli sforzi fatti dalle forze dell’ordine e i continui successi ottenuti che configuro di più in un attacco “difensivo” e non distruttivo, perché guai,se questi fossero i risultati: lo Stato sarebbe impotente e perdente.

In cosa crede Gaetano Saffioti? Andare via?

Credo che si possa e si debba cambiare, con tutto quello che ci può accadere. Si deve combattere in prima linea, in trincea a fianco di chi ne ha bisogno, e come non si abbandona un amico in difficoltà, così come non si deve abbandonare una terra e i suoi abitanti, che non bisogna fare come lo struzzo o le tre scimmiette, che se si vuole veramente si può cambiare pagina. Certo, con la volontà di tutti, in sinergia con le istituzioni, con lo Stato, ma bisogna che la gente anche quella comune, anche quella che crede di essere immune da questo fenomeno si convinca di fare la sua parte.

Cos’è la libertà?

E’ una delle belle cose che Iddio ci ha donato oltre alla vita,e per essa storicamente dei popoli hanno combattuto. Certo è paradossale che nel terzo millennio, in un paese europeo, democratico, liberale, di diritto, che ne fa uno dei principi fondamentali nella sua Costituzione ci sia parte del suo territorio così…

La paura?

L’importante è non confondere con il terrore,che ti paralizza, crea panico. La paura serve a riconoscere i pericoli,anche quotidiani e semplici,dando la possibilità di evitarli o affrontarli prendendone le giuste misure.Per vincere le paura di ritorsioni non è servito trovare il coraggio ma una paura più forte: quella di non aver fatto nulla per cambiare le cose e lasciare in eredità a chi verrà dopo di me un mondo malato.I nostri figli devono poter respirare “il fresco profumo di libertà

Lo rifarebbe?

No una, ma 1000 volte si!

Un messaggio per chi leggerà questa intervista.

L’importanza del messaggio che volevo fosse recepita soprattutto dai miei conterranei, è quella di riflettere sul fatto che un giovane all’età di 40 anni nel pieno sviluppo della vita e della sua attività sia rimasto sordo alle sirene del malaffare del potere economico e sociale che tranquillamente, da come si erano ultimamente sviluppate ed evolute le strategie della ‘ndrangheta, avrebbe comodamente avuto abbandonando ogni minimo scrupolo. Ricordarsi che la vita non dipende da quello che succederà domani ma da come si saprà reagire; che non c’è più schiavo di colui che crede di essere libero senza esserlo ma che purtroppo si vis pacem para bellum.

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