Rubrica “VITE CONTRO LE MAFIE” – Giuseppe Baldessarro, il giornalista ribelle della Calabria

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Giuseppe Baldessarro (Locri 1967), giornalista professionista, è profondo conoscitore delle dinamiche delle organizzazioni criminali; dal 2006 scrive per «la Repubblica». È stato redattore del «Quotidiano della Calabria»; consulente dei programmi “Pane e politica”, “W l’Italia in diretta” e “Presa diretta” di Riccardo Iacona su Rai Tre e “Malpelo” di Alessandro Sortino su La7; nel 2015 ha curato la direzione editoriale del periodico d’informazione antimafia «Narcomafie». È autore di numerosi libri tra cui “Avvelenati” con Manuela Iatì (2010) e con Gianluca Ursini del “Caso Fallara” (2013), coautore del Dem-Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia (2013) e del volume Io non taccio (2015) vincitore del premio “Piersanti Mattarella” (2016). L’ultima opera è “Questione di rispetto” dove ripercorre la storia di Gaetano Saffioti, un imprenditore calabrese che si è ribellato alle angherie impostegli dalla ‘ndrangheta denunciando i suoi aguzzini. Tra gli altri riconoscimenti ricevuti per l’attività giornalistica e di autore di libri inchiesta, ricordiamo i premi: “pippo Fava” (2010), “Borsellino” (2011), “Agende Rosse” (2011) e “Matita rossa matita blu” (2011).

Giuseppe Baldessarro è un giornalista del Sud, di quelli che fanno della loro tenacia un punto di forza. Ha iniziato a lavorare per il Quotidiano di Calabria che aveva quasi 30 trent’anni, nel 1997, facendo un pò di tutto: dalle cronache di quartiere ai furti d’auto, dalle presentazioni di libri ai concerti. Nonostante la laurea in architettura conseguita l’anno successivo che gli avrebbe garantito un posto sicuro, decise di continuare quel mestiere di giornalista che lo buttava in strada per pochi soldi alla ricerca di notizie. La svolta arrivò nel 2002 quando pubblicò un’inchiesta sulle assunzioni al Consiglio Regionale della Calabria che venne ribattezzata “Parentopoli”. Si trattava di un concorso farlocco attraverso cui i politici facevano assumere parenti, amici o funzionari di partito. Il giorno dopo la pubblicazione scoppiò la bomba e nei mesi successivi caddero molte teste tra cui le dimissioni di alcuni segretari regionali e provinciali. Il caso finì anche sulla prima pagina nazionale del Corriere della Sera. Pochi mesi più tardi fu invitato a ripercorre lo scandalo anche su “Pane e politica” di Rai3. Nel 2006 il grande salto verso il quotidiano “La Repubblica” in qualità di corrispondente per la Calabria.

Quasi cento le querele che negli anni ha accumulato. Familiari di mafiosi ammazzati di cui avrebbe leso il buon nome nei sui articoli, sindacalisti, politici, consiglieri regionali, provinciali, comunali e persino di Circoscrizione. Magistrati, vittime di crimini e carnefici. E poi avvocati, liberi professionisti e via dicendo. Insomma è stato querelato praticamente da tutti in un mestiere che, mai come negli ultimi anni, vede nelle “querele temerarie” il più grande bavaglio alla libera informazione.

Nel 2010 l’intimidazione forse più pesante. Una busta bianca indirizzata al “Quotidiano di Calabria” contenente un mezzo foglio A4 e una cartuccia per fucile da caccia. Nella mezza pagina bianca c’era la frase composta con ritagli di giornale. In alto la sua firma: Giuseppe Baldessarro, composta per intero. Sotto il resto:  «Andare oltre significa morte».

Tenacia appunto. Quella dei grandi cronisti che non smettono mai di raccontare la verità, nemmeno davanti ai rischi di un lavoro ingrato. Che spesso riesce a riportare giustizia laddove prima mancava. «Fare il giornalista non è facile – scrive Baldessarro in un suo libro – farlo in Calabria è ancora più difficile. Io sono un privilegiato perchè ci sono riuscito. Si lavora stritolati da mille incertezze e sempre sotto pressione. I giornali che stentano, il contesto che non aiuta, le minacce e le querele, le inimicizie, gli insulti, i giudizi sferzanti, le invidie, i sogni in frantume ogni fine mese. Nonostante tutto, il nostro resta un mestiere incredibilmente affascinante e intenso. Per questo dico a chi vuole lanciarsi fino in fondo di “farlo” senza rete, e a chi vuole solo “provare” di lasciar perdere fin da ora».

L’intervista esclusiva di Passeggeri Attenti.

Quando ha iniziato a parlare di mafia e ad interessarsi al giornalismo d’inchiesta?

Ho iniziato quando ho cominciato a fare questo mestiere da giovane cronista del Quotidiano della Calabria, nel 97. Se fai questo mestiere in una terra di mafia come è la Calabria non puoi pensare di non occuparti di un fenomeno che permea tutti i gangli vitali della società. Ovviamente con il tempo, l’esperienza e lo studio, la capacità di analisi è cresciuta fino a diventare, se così possiamo dire, una sorta di specializzazione. Il giornalismo d’inchiesta non è altro che la normale conseguenza di questo percorso e l’esigenza di andare oltre la cronaca quotidiana.

Ha mai pensato di cedere alle minacce di chi la voleva in silenzio o che non valesse la pena rischiare?

No, ho avuto timore per le persone che all’epoca mi stavano intorno e per la mia famiglia, ma non ho mai pensato di rinunciare a raccontare. Anzi, è stato un ulteriore stimolo.

Conosce la realtà criminale di Latina o più in generale quella del basso Lazio? Cosa ne pensa?

Ho seguito le vicende di alcuni gruppi criminali calabresi che avevano interessi economici in quell’area geografica. Penso che le mafie ormai da anni abbiano trovato terreno fertile per far crescere affari importanti da quelle parti. Mi riferisco soprattutto al settore agroalimentare, al ciclo del mattone e agli investimenti immobiliari e, naturalmente, ai traffici di stupefacenti. Sono, anche per noi giornalisti, aree ancora poco indagate, forse bisognerebbe occuparsene in maniera più costante.

Perchè essere dei “passeggeri attenti” ?

Semplicemente perché le mafie incidono profondamente, e molto di più di quel che si possa credere, nella nostra vita quotidiana. Essere attenti, significa avere attenzione per la nostra vita e per il nostro futuro.

a cura di Arrigo Andreani

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