Rubrica “VITE CONTRO LE MAFIE” – Federica Angeli, la cronista che ha sfidato i clan di Ostia

L'intervista esclusiva di Passeggeri Attenti a Federica Angeli, la giornalista di Ostia in prima linea contro i clan che tengono in pugno il litorale romano

“Ci stanno due categorie, i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati”. Il famoso dialogo del film Fortàpasc (in cui si racconta la vita di Giancarlo Siani) fa un pò una sintesi spiazzante della realtà. Di ieri e di oggi. A Ostia, dopo l’aggressione al giornalista di “Nemo” Daniele Piervincenzi da parte di Roberto Spada, i giornalisti hanno manifestato in segno di solidarietà con la troupe aggredita. Tra loro, Federica Angeli, che da anni denuncia le attività criminali del clan e per questo vive sotto scorta.

“Perché i giornalisti giornalisti sono tutta un’altra cosa. Gianca’, quelli portano le notizie e non sempre si devono aspettare gli applausi della redazione. Perché le notizie e gli scoop fanno male, fanno male assai.” (dal film Fortàpasc)

Federica Angeli è una giornalista giornalista. Mamma di due figli, cronista di nera e di giudiziaria in servizio alla redazione romana di Repubblica. Nel 2016 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.

Testimone di uno scontro a fuoco e minacciata dai clan per un’inchiesta/denuncia sul racket degli stabilimenti balneari a Ostia, vive sotto scorta permanente dal 17 luglio 2013. Con le sue inchieste e con quella testimonianza, la giornalista ha messo il dito nella piaga malavitosa del litorale romano.

“Cominciai ad approfondire la questione – ha raccontato in un’intervista a “Ossigeno per l’informazione” – con alcune verifiche sul campo. Avevo scoperto che, alla vigilia della stagione estiva (2013), la concessione di uno degli stabilimenti balneari di Ostia era stata revocata ai precedenti gestori, che ne erano titolari da molti anni e, nel giro di cinque giorni, era stata affidata a esponenti di uno dei tre storici clan criminali locali, gli Spada. Scoprii anche chi si occupava delle concessioni balneari: tale Aldo Papalini, il direttore dell’ufficio tecnico di Ostia. Mi dissero che aveva effettuato lui il trasferimento della concessione e andai anche da lui.. Il 23 maggio 2013, insieme a due collaboratori di Repubblica, mi presentai all’ingresso dello stabilimento. Avevamo la telecamera. I miei collaboratori la tenevano accesa, ma puntata in basso, per non dare l’impressione che stessimo registrando. Mi qualificai come giornalista e chiesi di parlare con Spada. Mi risposero che lì non c’era nessuno che si chiamasse Spada. Ma riconobbi uno degli uomini che mi stavano di fronte: era Armando Spada. Mentre parlavo, loro si accorsero che la telecamera era accesa e perciò si alterarono. Armando Spada mi intimò di consegnare subito la cassetta registrata. Disse che se non l’avessi fatto mi avrebbe ‘sparato in testa’ e aggiunse che se lo diceva lui dovevo crederci”.

“Non sapevo cosa dire. Cercai di minimizzare, presi tempo. Ma quegli uomini bloccarono i miei operatori e – spiega la giornalista – mi separarono da loro. Armando Spada e un altro uomo mi trascinarono con modi bruschi in una stanzetta dello stabilimento. Mi perquisirono, mi fecero mille domande. Volevano sapere cosa volevo veramente da loro. Non sapevo come uscire da quella situazione e sentivo con angoscia la responsabilità di avere messo in quella situazione anche i miei giovani collaboratori. Cercai di tranquillizzare quelle persone che esercitavano su di me una forte pressione psicologica che mi teneva prigioniera. Li rassicurai sule mie intenzioni. Dissi che avrei consegnato la registrazione e la cosa sarebbe finita lì..  Mi ricondussero davanti ai miei operatori e io dissi loro di cancellare la registrazione. I miei collaboratori riuscirono a far credere che, per un errore tecnico, non avevano registrato nulla, che il nastro era vuoto. Così ci lasciarono andare. In realtà i ragazzi avevano ‘salvato’ il filmato. Avevano registrato anche le minacce. Qualche giorno dopo abbiamo pubblicato quel video su Repubblica.it”.

La cronista riferì l’episodio al responsabile dei notiziari online che soprintendeva al suo lavoro e, d’accordo con lui, proseguì l’inchiesta, riservandosi di denunciare i fatti in un secondo tempo. “Così due giorni dopo le minacce di Spada – ha raccontato la cronista – andai a intervistare Paolo Papagni, socio e fratello del presidente dell’Assobalneari, la società che rappresenta i gestori dei bagni. Gli chiesi, davanti alla telecamera, se era vero, come si diceva, che aveva favorito il passaggio della concessione in favore degli Spada. Alcune fonti mi avevano riferito che poteva esserci proprio lui dietro i cinque roghi dolosi appiccati a diversi stabilimenti balneari della zona, e glielo feci presente. A quel punto Papagni mi chiese di spegnere la telecamera, mi disse di lasciar perdere e mi minacciò. Disse che se avessi pubblicato le immagini di quell’intervista, usando le sue potenti conoscenze, mi avrebbe fatto perdere il lavoro a Repubblica. Il giorno successivo ribadì le stesse frasi intimidatorie al telefono”.

A quel punto Federica Angeli andò a denunciare le minacce.

Il 15 luglio (2013) è una data cruciale di questa storia. Quella notte, fuori dalla bisca “Italy Pocker” di Ostia, si fronteggiarono con coltelli e pistole esponenti di due dei clan mafiosi che si contendevano il racket degli stabilimenti. Federica Angeli ne fu testimone oculare per puro caso.

“Ero in casa. Sentii dalla strada – ha raccontato la giornalista sempre a Ossigeno per l’informazione – un uomo che urlava: ‘Non sparare, fermo!’. Poi sentii echeggiare due colpi di pistola. Mi affacciai al balcone, come tanta altra gente, e vidi la scena. In strada c’erano degli uomini che correvano. Da una parte due esponenti del clan Spada, dall’altra parte due uomini del clan Triassi. C’era Marco Esposito, detto ‘Barboncino’, pregiudicato appartenente all’ex batteria Fasciani. Risultò poi che era stato accoltellato alla spalla, al polmone e alla giugulare e aveva esploso due colpi di pistola, ferendo al polpaccio Ottavio Spada, che era accompagnato da Romoletto Spada. I Triassi avevano avuto la peggio. Avvertii subito carabinieri e polizia, scesi in strada dove raccolsi un po’ di informazioni. Qualche ora dopo fui convocata alla caserma dei Cc di Ostia. Mi chiesero di riferire ciò che avevo visto. Il 16 luglio i carabinieri mi chiesero di tornare in caserma per chiedermi ulteriori particolari e per firmare la denuncia. Quel giorno su Repubblcia c’era il mio articolo sulla sparatoria di Ostia”.

L’inchiesta di Federica contribuì a risvegliare l’attenzione degli investigatori sull’evoluzione dei racket a Ostia. Dopo mesi e mesi, un’inchiesta giudiziaria sui nuovi affari dei boss si concluse con una grande operazione di polizia che ebbe nel mirino proprio i clan di cui si era occupata la cronista con la sua inchiesta.  La giornalista ha subìto altre intimidazioni anche nei mesi successivi, mentre era sotto scorta.

“A ottobre 2013 Ottavio e Romoletto Spada, che dopo la sparatoria di luglio erano finiti agli arresti domiciliari, erano tornati liberi per decorrenza dei termini. Il 16 ottobre si presentarono sotto il balcone di casa mia e brindarono ostentatamente, guardando verso di me, che ero affacciata al balcone a fumare una sigaretta”, racconta la giornalista ad Ossigeno per l’informazione. “Qualche tempo dopo, in piena notte, ho sentito in strada gente che gridava verso la mia finestra: ‘Infame, gli infami muoiono!’. Avevo venduto da un paio di mesi la mia vecchia auto a un privato. Pochi giorni dopo, il nuovo proprietario mi disse che era stata data alle fiamme. Anche per questo episodio presentai una denuncia. Un giorno Romoletto Spada incontrò mio figlio e davanti a lui fece un gesto intimidatorio: gli fece il segno della croce”.

Il processo in cui la giornalista è parte lesa è ancora in corso.

Si dice che ad Ostia la mafia non esiste. Provate a chiederlo a Federica Angeli.

L’intervista di Passeggeri Attenti.

Quando ha iniziato a parlare di mafia e ad interessarsi al giornalismo d’inchiesta?

Occupandomi di cronaca nera e giudiziaria dal 1996 potrei dirle da sempre. Nello specifico però l’anno in cui la mia battaglia giornalistica per far passare il concetto che anche a Roma, per dinamiche identiche a quelle della criminalità organizzata del sud, ci fosse la Mafia, posso indicarlo nel 2008. Osservando come si muovevano clan autoctoni, respirando la paura delle vittime che tremavano al solo pronunciare il nome di quelle famiglie, mi sono resa conto che il fenomeno mafioso era molto più evidente di quanto si pensasse. E il fatto che magistratura, soprattutto quella giudicante, e istituzioni rifiutassero di vedere la realtà come lo vedevo io, mi ha fatto insistere nel portare avanti, inchiesta dopo inchiesta, reportage dopo reportage e articolo dopo articolo, la tesi che tutto quel che accadeva in strada, nelle periferie, e financo attorno ai palazzi del potere del centro storico, avesse un solo nome. Mafia appunto. Lo dovevo alle vittime di loro soprusi e angherie.

Ha mai pensato di cedere alle minacce di chi la voleva in silenzio o che non valesse la pena rischiare?

No mai. Non fa parte del mio dna cedere alla prepotenza e alle minacce. Paura , certo, ne ho avuta e ne ho. Per me, per mio marito, per i miei figli, sono persone senz’anima, senza scrupoli, meschine. La paura è l’altra faccia della stessa medaglia, guai non averne, lo dico sempre ai miei bambini. Ma da questo mi difendo tenendo i nervi saldi, mantenendo la concentrazione e coltivando la mia passione per la legalità e per la giustizia. Non possono vincere sempre loro, non può andare così il mondo. Ecco perché non cedo e dico che ne vale la pena. Già non essere come loro e non seguire le loro logiche per me è una vittoria.

Conosce la realtà criminale di Latina o più in generale quella del basso Lazio? Cosa ne pensa?

La situazione del basso Lazio è molto critica. Ultimamente mi sono occupata con diverse inchieste di Sperlonga e devo dire che la storia che racconta quella città ha dell’incredibile. Un sindaco arrestato e acclamato dal popolo, una serie di abusi condonati dalle istituzioni, scambi di favori, punizioni e delibere fatte ad hoc per chi dissente. Lo specchio di una criminalità organizzata che ormai si è fatta potere, nulla da invidiare a roccaforti del profondo sud contaminate dalle cosche insomma.

Perchè essere dei “passeggeri attenti” ?

Per se stessi innanzi tutto. Vede, quando la sera ci mettiamo sulla bilancia o davanti allo specchio è a noi stessi e alla nostra coscienza che dobbiamo rispondere. Io se pensassi di guardami, sapendo di averla fatta franca con un’astuzia, non riuscirei a dormire serena. L’attenzione e la guardia vanno tenute sempre alte, l’indifferenza è ciò che porterà il popolo al baratro. Essere cittadini attenti, passeggeri protagonisti di un mondo in cui si può fare del bene, con enorme difficoltà, è una libertà per me irrinunciabile.

 

 

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