Rubrica “VITE CONTRO LE MAFIE” – Enrico Bellavia, un cronista in cerca di verità

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Enrico Bellavia, palermitano, giornalista di «Repubblica» dove cura anche il blog “Cose nostre”, si occupa di cronaca nera e giudiziaria dal 1985. E’ autore di numerosi libri-inchiesta. Con Salvo Palazzolo scrive Falcone e Borsellino, mistero di stato (2002) e Voglia di mafia, la metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi (2004). Nel 2006, con Silvana Mazzocchi, ha pubblicato Iddu. La cattura di Bernardo Provenzano. Sono seguiti Il cappio (2009) insieme a Maurizio De Lucia e Un uomo d’onore (2010) sulla vita del boss Francesco Di Carlo. Nel 2011, con Pietro Grasso, scrive Soldi Sporchi. Come le mafie riciclano miliardi e inquinano l’economia mondiale. L’ultima opera in ordine di tempo è Sbirri e Padreterni (2016) scritto sempre con la collaborezione del boss dei corleonesi Franco Di Carlo. Nel 2016 si aggiudica anche la XIV edizione del premio “Rocco Chinnici” nella sezione dedicata al giornalismo. 

Ma è soprattutto il rapporto fra il giornalista e il boss Di Carlo, testimoniato da libri e interviste, ad infastidire più di qualcuno. I temi sono infatti molto delicati considerando che il “pentito” parla sempre e abbondantemente della cosiddetta trattativa Stato-mafia, delle stragi del 1992 e dei rapporti dei boss con i poteri occulti e con i colletti bianchi. L’ascesa di Franco Di Carlo comincia negli anni ‘70, era un mafioso influente e un trafficante di droga connesso ai Corleonesi. Fu espulso da Cosa Nostra per un conflitto riguardante un carico di eroina ma grazie ai suoi “utili servizi” alla mafia non fu ucciso, ma costretto a lasciare l’Italia. Si trasferì a Londra dove si specializzò ulteriormente nel traffico di droga fino al 1985 quando la polizia lo trovò con 58 chili di eroina. Venne arrestato insieme ad altre tre persone. Nel marzo del 1987 viene condannato a 25 anni di prigione. Nel giugno del 1996 Di Carlo decise di collaborare con le autorità italiane e venne così trasferito dalla sua prigione del Regno Unito a Roma. Per le sue scottanti testimonianze venne considerato il “nuovo Tommaso Buscetta”.

Enrico Bellavia ha intervistato diverse volte l’ex boss di Cosa Nostra nel corso degli anni. Interviste che non sono andate giù a molti. Il 29 giugno 2012 il cronista palermitano ha ricevuto infatti una lettera intimidatoria scritta, con insolita proprietà linguistica, da un anonimo. Diceva testualmente: “La smetta di occuparsi di queste cose, lei con il suo amico Di Carlo, perché queste cose del passato fanno male”. Evidente il riferimento all’intervista al collaboratore di giustizia pubblicata sulle pagine di Repubblica Palermo nel giugno del 2012. Due anni più tardi un’altra lettera anonima contenente minacce. Ancora una volta l’intimidazione riguarda la versione del pentito Franco Di Carlo sulla trattativa Stato-mafia che Bellavia stava raccogliendo intervistandolo. “Avevamo raccomandato a lei e al suo amico Di Carlo di non occuparsi del passato, ma così non è stato. Sappiamo che è in progetto un libro, speriamo non venga pubblicato e che Di Carlo non deponga a Caltanissetta”. Questo il testo della lettera arrivata alla redazione romana di Repubblica, dove Bellavia lavora. Il giornalista sporse subito una denuncia circostanziata.

Ma sono tante le inchieste e le interviste che il cronista palermitano ha messo in fila nel corso degli anni, e che continua a scrivere sulle pagine del suo giornale. Sempre puntuale, alla ricerca di risposte a tutti quei misteri che soprattutto si nascondono dietro le stragi del ‘92 e alla trattativa Stato-mafia. Nell’ultimo anno ha portato alla luce anche altri numerosi e interessanti particolari su altre faccende: dal mistero chiamato “Faccia da Mostro”, l’ex poliziotto (morto di recente) noto alle cronache per essere il responsabile di efferati delitti e poi identificato come custode di indicibili segreti e mai condannato allo stalliere di Arcore per fare anche un passaggio su Mafia CapitaleEnrico Bellavia, una vita contro la mafia in ragione del diritto-dovere di informare.

 

Quando ha iniziato a parlare di mafia e ad interessarsi al giornalismo d’inchiesta?

“Ho iniziato nel 1985. Non avevo ancora 20 anni.  Lavoravo nella tv dove ho mosso i primi passi in questo mestiere. Ho cominciato a gennaio di quell’anno, ma a giugno fui catapultato in cronaca nera. Erano giorni terribili. In piena estate gli omicidi di Giuseppe Montana, il capo della sezione catturandi della squadra mobile che avevo conosciuto qualche settimana prima e poi, ad agosto, l’omicidio del vicecapo della squadra mobile Ninni Cassarà. A febbraio dell’anno successivo  iniziò il maxiprocesso. Decisero gli eventi per me e il clima di quel tempo, decisero figure alle quali inevitabilmente ispirai il mio lavoro. Fu abbastanza naturale, anche per educazione familiare, decidere da che parte stare e di cosa occuparsi. Non ho mai pensato che il giornalismo, quello che ho provato a fare da allora a oggi fosse “giornalismo d’inchiesta” ma solo giornalismo. Buono o cattivo non tocca a me dirlo ma sempre rivolto agli ascoltatori e ai lettori e mai a tenersi buone le fonti o a ingraziarsi un qualunque potere”.  

Ha mai pensato di cedere alle minacce di chi la voleva in silenzio o che non valesse la pena rischiare?

“Non parlo molto volentieri di questo. Ho provato a spiegare le cose in commissione Antimafia e in un libro: occuparsi di chi è minacciato è una stortura nella quale inconsapevolmente ci rendiamo complici di chi minaccia. L’attenzione deve essere sempre rivolta ai fatti che hanno generato la minaccia. In Italia, troppo spesso ci occupiamo dei minacciati dimenticando di raccontare e approfondire ciò di cui si stavano occupando. Per quanto riguarda la mia storia, ho solo avuto conferma che andavo nella direzione giusta e dunque, quando e come ho potuto, sono andato avanti”.  

Conosce la realtà criminale di Latina o più in generale quella del basso Lazio? Cosa ne pensa?

“Professionalmente me ne sono occupato di rado e in relazione a inchieste giornalistiche che vertevano su argomenti di carattere generale. Ho anche avuto modo per ragioni personali di frequentare quella provincia e di conoscerla da vicino. Sorprende la sorpresa di chi non veda la strutturale commistione tra organizzazioni criminali che solo per comodità definiamo di importazione e la struttura del potere locale. Non mi riferisco solo agli amministratori locali ma al mondo del credito e delle imprese. La posizione mediana tra un Sud dove i riflettori sono sempre accesi e una capitale che mal sopporta ogni oggettivo disvelamento di una realtà mafiosa che c’è ed esiste, ha fatto sì che a Latina si sviluppasse con maggiore disinvoltura una saldatura di interessi tra malavita ed economia, spesso con il bollo di una politica compiacente se non collusa”.

Perchè essere dei “passeggeri attenti” ?  

“Perché non serve a nulla celebrare gli eroi, tirarli fuori dall’urna di vetro per la celebrazione annuale del rito della memoria se non si è parte attiva, quotidianamente, ciascuno per la propria parte, del grande esercizio del No. Il no al compromesso, all’indifferenza, il no ai diritti negati, il no alle scorciatoie e all’accomodamento. Il no al silenzio. La retorica dell’eroismo è deresponsabilizzante, costringe a porre su un altare uomini e donne che non ci sono più e a ritenerli così unici, così inarrivabili, da non costringerci a imitarne la lezione morale e civile. A me piace pensare a chi è stato ucciso come a un esempio, un modello da seguire nella consapevolezza che solo l’isolamento li ha uccisi e se l’esempio si moltiplica il rischio si abbassa e le possibilità di contagio virtuoso raddoppiano”.

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