Rubrica VITE CONTRO LE MAFIE – Nino Di Matteo, il magistrato che sfida Cosa Nostra

nino_di_matteo_tribunale_sitin_n1

Antonino Di Matteo ha 56 anni, un uomo alto e robusto. Siciliano. E’ cresciuto a Palermo, ha condotto processi contro boss, servizi segreti e mandanti di attentati mafiosi, ha fatto luce sugli omicidi di giudici. Conosce il DNA della mafia fin nella più minuscola molecola. E’ il magistrato attualmente più in vista nella lotta alla mafia in Italia. Ha indossato la toga per la prima volta quando ha chiesto di essere tra i volontari che hanno vegliato la bara semi-vuota del giudice Paolo Borsellino, adagiata nel corridoio del tribunale di Palermo. Nato a Palermo nel 1961, è entrato in magistratura proprio nel 1991, un anno prima delle stragi, come sostituto procuratore presso la DDA di Caltanissetta. Divenuto pubblico ministero a Palermo nel 1999, ha iniziato ad indagare sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte, oltre che sugli omicidi di Rocco Chinnici ed Antonino Saetta. Nel corso della sua carriera si è più volte occupato dei rapporti tra cosa nostra ed alti esponenti delle istituzioni. Le indagini condotte da Di Matteo si sono mosse da sempre nell’insidiosa e paludosa zona grigia, quella in cui Cosa Nostra è inserita fin dai suoi albori, quella che con la complessità e la decadenza del mondo moderno si è evoluta nei cosiddetti “sistemi criminali”. Ed è in questo quadro che Nino Di Matteo, fedele solo a quel giuramento prestato ormai tanti anni fa sulla nostra Costituzione e al sacro principio della “legge uguale per tutti”, ha ereditato il processo dei processi, quello per cui Totò Riina, “inspiegabilmente” è più infastidito rispetto ai 5 ergastoli che sempre Di Matteo ha ottenuto a suo carico. Il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, infatti, potrebbe far chiarezza sui rapporti tra Stato Italiano e mafia negli anni dei grandi attentati dove persero la vita, tra gli altri, anche i Giudici Falcone e Borsellino. Si tratta di una inchiesta che potrebbe radicalmente cambiare l’assetto Istituzionale del Paese, se venissero accertate le responsabilità che si temono. Un terremoto di proporzioni inaudite che farebbe tremare non solo l’Italia, ma l’Europa tutta.

Nel corso del processo viene resa pubblica la minaccia di morte da parte del boss Totò Riina, intercettata dalla magistratura durante una conversazione privata in carcere con un altro recluso. Ma le minacce non arrivano soltanto dal vecchio padrino di “cosa nostra” perchè, alla fine del 2012, arrivò alla cupola anche una lettera direttamente da Matteo Messina Denaro in persona, la primula rossa di Castelvetrano, l’ultimo padrino di rango rimasto in libertà. In quella missiva, Messina Denaro chiede formalmente ai boss palermitani di procedere con l’organizzazione dell’attentato per eliminare Antonino Di Matteo. “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre” dice Messina Denaro ai rappresentanti delle famiglie mafiose, chiedendo di far fuori il magistrato. Il boss di Castelvetrano non spiega chi gli avrebbe suggerito quell’ esecuzione, e d’altra parte ai boss non serve quell’ informazione: ricevuta la lettera, organizzano un summit nel dicembre del 2012 per organizzare la fase operativa dell’attentato. A raccontarlo ai magistrati è Vito Galatolo, il boss dell’Acquasanta, appartenente ad una famiglia con diverse entrature negli ambienti dei servizi segreti, che, decidendo di “togliersi un peso dalla coscienza”, ha scritto, dal carcere dove è detenuto dal giugno del 2014, direttamente a Di Matteo chiedendo un incontro dove poi gli ha spiegato ogni dettaglio di quel piano di morte già pronto per farlo fuori. Perché al summit del dicembre 2012, quello dove tutte le famiglie mafiose vengono messe al corrente della lettera di Messina Denaro, c’è anche Galatolo, che è anche uno degli uomini incaricati di recuperare il tritolo: esplosivo che il boss acquista pagandolo personalmente, e che poi arriva a Palermo per essere quindi nascosto in alcuni bidoni, oggetto delle ricerche degli investigatori nelle campagne tra Palermo e Monreale.

Quello che non è chiaro è perché politici e istituzioni, sempre pronti a cavalcare l’onda mediatica prodotta da simili indagini, non ne parlino, o comunque non trattino l’argomento con la necessaria enfasi che meriterebbe. Considerando la delicatezza dell’argomento e l’assoluta peculiarità (propria del Bel Paese) rappresentata da un simile procedimento giudiziario, ci si sarebbe aspettato che tutti i riflettori dei media fossero puntati su questa persona. Mai, invece, avremmo pensato di vedere che non solo i riflettori non sono puntati su di lui, ma addirittura che si sono spenti. Ebbene sì, un surreale clima di silenzio intorno alla persona di Nino Di Matteo è calato da parte di tutti, o quasi. Curiosa anche la “bocciatura” del Csm che, nonostante i 20 anni di indagini sulla criminalità organizzata, non lo ha votato per la Procura nazionale antimafia, la Dna. Gli hanno preferito tre colleghi, di certo assai meno noti. Una pericolosa analogia, dunque, con ciò che successe con Giovanni Falcone quando nel 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura bocciò la sua candidatura a Procuratore Capo a Palermo, preferendogli Antonino Meli che, poco dopo l’insediamento, inizierà a smantellare il pool antimafia.

In seguito alle minacce ricevute, Di Matteo è stato sottoposto ad eccezionali misure di sicurezza, annunciate alla stampa dallo stesso ministro dell’interno Angelino Alfano nel dicembre 2013, elevando il grado di protezione al massimo livello. Vive sotto scorta da 24 anni. Quando nacquero i suoi due figli, le guardie del corpo lo accompagnarono fino in sala parto. E’ sorvegliato da 42 guardie del corpo, nove lo seguono passo passo, alcune sono carabinieri scelti del Gruppo di Intervento Speciale dell’antiterrorismo. 33 agenti sorvegliano la sua casa e controllano le strade su cui il magistrato si muove. Ma per fortuna anche il mondo civico si è speso, anche concretamente, alla sua difesa. Su tutti il presidio Scorta Civica, un coordinamento di associazioni e liberi cittadini nato a Palermo il 20 Gennaio 2014, all’indomani dell’anniversario del compleanno del giudice Paolo Borsellino, per iniziativa del fratello Salvatore. Il suo scopo è promuovere una mobilitazione permanente di cittadini e cittadine a difesa del dott. Di Matteo e degli altri magistrati minacciati di morte).

Raccontata così questa potrebbe essere la traccia di un romanzo. Invece è la storia vera di un magistrato che lotta davvero contro Cosa Nostra, nel suo concetto più ampio delle relazioni che le consentono di essere ancora viva e vegeta dopo duecento anni.

«L’appello che rivolgo ai giovani è di non essere indifferenti alla mafia e alla sua penetrazione nel sistema economico, politico e amministrativo dello Stato perché è costata la vita a magistrati e ad uomini dello Stato. Non si deve voltare la faccia dall’altro lato perché la lotta alla mafia deve essere di tutti e per questo invito voi giovani ad informarvi, a ragionare, ad essere consapevoli e a lottare per la verità, per la legalità e per la giustizia perché solo così si può sconfiggere la mafia e la mentalità mafiosa e soprattutto garantire a voi ed alle prossime generazioni un futuro». – Nino Di Matteo –

a cura di Arrigo Andreani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*