Invisibili e sfruttati: la lotta per gli ultimi di Marco Omizzolo

Si occupa di migrazioni, caporalato, agricoltura sociale, lotta alle mafie e di tematiche ambientali e del lavoro. La storia di Marco Omizzolo.

Marco Omizzolo è quel tipo di giornalista che ti lascia ammirato. Una di quelle storie fatte da persone che ci mettono la faccia e lottano per i diritti degli ultimi. Quegli eroi moderni a cui molto spesso deleghiamo ogni responsabilità di lotta perchè rimane molto più facile che combattere di persona. Marco Omizzolo è un sociologo e un giornalista ma prima ancora un uomo che si è schierato con i fatti al fianco dei più deboli. E i più deboli in questa storia sono i braccianti Sikh, laboriose formichine arrivate dal Punjab (India) e sfruttate nelle terre dell’agro pontino da padroni senza scrupoli che per pochi euro li costringono a lavorare per 12/15 ore al giorno. 

E’ in questo vile panorama di sfruttamento, minacce e omertà che Omizzolo ha deciso di infiltrarsi per studiare il male dall’interno. Più di tre mesi passati nelle campagne fra Terracina e Sabaudia fianco a fianco con gli indiani Sikh e con il pericolo di essere scoperto dai caporali. E’ proprio in quelle interminabili giornate fatte di massacranti turni di lavoro che il giornalista ha avuto modo di toccare con mano da ancora più vicino le atrocità che si svolgevano nelle campagne che molto spesso costeggiamo con le nostre auto. 

Datori di lavoro che pretendono dai lavoratori di essere chiamati padroni, braccianti indiani costretti a fare tre passi indietro e ad abbassare la testa prima di rivolgersi al capo italiano o a lavorare tutti i giorni della settimana per un mese intero e ricevere come paga solamente 400 euro. Braccianti indiani che dopo aver lavorato senza sosta per settimane sono stati allontanati e licenziati per aver chiesto un giorno di riposo. Per mesi Marco Omizzolo si è mischiato a loro, ascoltandoli e studiando i modi di reclutamento dei caporali. Sveglia all’alba e poi via con le biciclette lungo strade ad alta pericolosità che molto spesso, per questi indiani, si sono trasformate in strade di morte. Decine di interviste per raccogliere storie di maltrattamenti, pestaggi e rapine subite da bande di criminali che arrivavano a derubarli di quei pochi spicci guadagnati con il sudore di giorni di raccolta. Testimonianze di soprusi mai denunciati per paura e di percosse subite da chi osa alzare la testa.

Ma qualcosa si sta muovendo. L’associazione In Migrazione, coordinata proprio da Marco Omizzolo, si è spesa tantissimo con numerose iniziative riuscendo a portare la problematica dello sfruttamento dei braccianti Sikh fino ai tavoli che contano della commissione antimafia. Il tutto sfociato nel primo sciopero nazionale dei lavoratori punjabi che ha portato centinaia di braccianti per la prima volta in piazza a protestare per le condizione di lavoro inaccettabili. Sono arrivati anche i primi arresti di “imprenditori” e faccendieri, i sequestri di alcune aziende agricole, le prime denunce contro i caporali, le inchieste e i dossier. E’ partita anche una campagna di coproduzione popolare per la realizzazione di un film sul nuovo ‪caporalato agricolo in Italia che attende il supporto di tutti per poter essere realizzato in maniera totalmente indipendente. “The Harvest” sarà un documentario sulla vita delle comunità Sikh stanziate stabilmente nella zona dell’Agro Pontino e il loro rapporto con il mondo del lavoro.

La risposta non si è fatta attendere. Marco Omizzolo è stato oggetto di telefonate anonime e minatorie, di biglietti minacciosi e di danneggiamenti alla sua auto. La complessa e ramificata macchina del male delle campagne pontine si è messa in moto per intimidire chi, con le sue imprese, sta riuscendo a penetrare in un mondo protetto da omertà e paura, di commercialisti e consulenti del lavoro silenziosi, di politici accondiscendenti e soprattutto caporali sempre più ricchi e malvagi.

La legalità, fragile utopia dei giorni nostri, ha iniziato così a penetrare li dove sembrava tutto perduto, grazie alla stoica dedizione di queste associazioni e di questi uomini che si sono sostituiti alle istituzione che latitavano. E così, con la speranza che lo Stato arrivi finalmente con il pugno di ferro a mettere fine a questa schiavitù dei giorni d’oggi, non ci rimane altro che sostenere questi moderni Don Chisciotte che rischiano la propria incolumità per riconsegnare ai più deboli i diritti di cui sono stati privati. 

 

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