Don Cesare Boschin: omicidio all’ombra delle ecomafie

ll problema è che don Cesare sapeva tutto. Arrivato a Borgo Montello, frazione di Latina, negli anni cinquanta dal Veneto, era un prete di quelli che scambiano la strada per la chiesa e nella strada trovano le omelie più giuste per la domenica. Per questo, perché glielo diceva la strada, don Cesare Boschin pochi giorni prima del 30 marzo 1995 era andato a trovare  il capitano dei carabinieri. E avevano parlato a lungo delle cose strane che stavano accadendo intorno e accanto alla discarica: carichi notturni, via vai di camion, cattivi odori. Troppo tardi. O troppo presto. Perché la mattina del 30 marzo 1995 don Cesare, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Un assassinio di violenza inaudita liquidato lì per lì come una rapina di balordi, forse polacchi. Poi soffiò la calunnia, «una vendetta maturata in ambienti gay»: fa così la mafia quando vuol confondere le idee e depistare. Di quella storia, infatti, per anni non si è saputo più nulla a parte qualche temerario locale come Elvio Di Cesare, presidente dell’associazione Caponnetto-Lazio, che ha continuato a cercare e scavare. Oggi la morte di don Cesare Boschin diventa un capitolo della complessa vicenda delle infiltrazioni di mafia nel sud del Lazio. DonCiotti e Libera chiedono la riapertura dell’inchiesta collegandola «a una vendetta da parte delle ecomafie». Scrivono i pm della Dda di Roma Diana DeMartino e Francesco Curcio, titolari delle inchieste Damasco 1 e 2 che hanno portato in carcere mezza amministrazione comunale di Fondi con l’accusa di essere collusa con gli interessi delle ‘ndrine calabresi e dei clan di camorra attivi nell’Agro Pontino: «Nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto (Latina ndr.) rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune».
Nel 2009 il dossier di don Cesare torna nell’agenda della cronaca. L’associazione «Articolo 21» ha ricordato come già nel 1996 Carmine Schiavone, cassiere dei cartelli casalesi, avesse spiegato gli interessi dei clan di camorra e delle ‘ndrine calabresi sul basso Lazio, droga, rifiuti, appalti, la politica. Schiavone raccontò la spartizione degli affari città per città. A Fondi c’erano i Tripodo, delle nota famiglia di ‘ndrangheta: «Si occupavano di  stupefacenti, noi gli davamo dai 15 ai 30 kg al mese di cocaina». I fratelli Tripodo sono i protagonisti delle inchieste Damasco e la chiave per capire la capacità di infiltrazione della mafia nel territorio dell’Agro Pontino. E si torna a don Cesare, alle ecomafie e al movente del suo assassinio. Don Cesare sapeva che in quei mesi del ’95 nella discarica di Borgo Montello arrivavano di notte camion carichi di fusti di rifiuti. Glielo dicevano le persone che incontrava per strada. Glielo dicevano le mamme i cui figli guadagnavano «500 mila lire a viaggio». Da dove? Allora navigavano lungo le coste italiane navi zeppe di rifiuti tossici. Non le voleva nessuno, per un po’ furono ormeggiate a Livorno. Solo anni dopo furono trovate bolle che testimoniavano che quei camion si muovevano lungo la tratta Livorno-Borgo Montello-Caserta. Solo nel 2009 la Regione Lazio ha dato ordine di verificare cosa c’è sotto «S-zero», la parte dismessa della discarica di Borgo Montello. L’Arpa confermò la presenza di fusti tossici, a centinaia. Quelli di cui parlava don Cesare  con il capitano dei carabinieri pochi giorni prima di morire.

di Claudia Fusani

Tornando ai giorni nostri, Luciano Boschin, nipote di don Cesare, rompendo il silenzio che in questi anni ha circondato la vicenda, ha incaricando l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Imma Giuliani di fare luce sul delitto rimasto impunito.

Ventuno anni dopo rimaniamo in attesa di giustizia.

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