Black mirror

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megafono
IL MEGAFONO
di Arrigo Andreani

Partiamo da una premessa. Gli assassini di Willy sono delle bestie. Perché non ci sono altri aggettivi per descrivere quei ragazzi. E ancora di meno ce ne sarebbero per i genitori che allegramente si chiedevano: «In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario». Affermazione che si lega al dato antropologico su cui si fonda l’educare: la persona umana non è, ma diventa. Per diventare se stessa, la persona ha bisogno di chi l’accompagni in questo percorso, perché non si diventa da soli. E come i genitori hanno influenza sui figli, il contesto sociale influenza tutti noi. 

La mattina dopo il tragico episodio i social erano pieni di foto degli assassini, buttate li sulle bacheche, in pasto al linciaggio mediatico. La comunicazione digitale sta facendo la stessa cosa dei genitori. Ci sta educando.  Ci stanno educando alla giustizia sommaria. Senza rendercene conto il web sta diventando un tribunale primitivo, dove le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Ci stanno stimolando alla rabbia. Al nemico quotidiano su cui riversare ogni giorno il nostro carico di bile. All’esigenza di avere sempre qualcuno da perseguire. Quasi come i tribunali non servissero più e l’odio stia diventando l’unico tipo di giustizia possibile.


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