Morale e moralismo ai tempi dei social network

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Quante volte vi è capitato di scorrere le vostre bacheche social e leggere uno dopo l’altro status o commenti giudicanti? Nessuno di noi può dirsi estraneo a questo comportamento. C’è chi vi si affida episodicamente e chi invece ne fa uno strumento di vita essenziale: non conta quello che faccio, o meglio non faccio io. Conta ciò che di sbagliato fanno gli “altri”.

A prima vista il moralismo è terribilmente seducente: è comodo, elegante, di facile utilizzo. Invece di perdere tempo a raccogliere dati e analisi per poi magari non giungere a una conclusione apprezzabile, basta tirare giù un giudizio sferzante per risolvere il tutto. Quante volte vi è capitato di scorrere le vostre bacheche social e leggere uno dopo l’altro status o commenti giudicanti? Sicuramente spesso. Le arene mediatiche, luoghi fisici e virtuali dove imperversano opinionisti saccenti e feroci, diventano così un prezioso spunto per proporre un ragionamento sull’esigenza di dover dare un giudizio non richiesto su ogni tema e comportamento. Bacchettoni laici, moralisti social che non perdono occasione di pigiare compulsivamente commenti al vetriolo sulle tastiere dei propri smartphone o pc. Di periodo in periodo cambiano argomenti e soggetti. Rimane però l’astio e la necessità di condannare senza repliche.

Nessuno di noi può dirsi estraneo a questo comportamento. C’è chi vi si affida episodicamente e chi invece ne fa uno strumento di vita essenziale: non conta quello che faccio, o meglio non faccio io. Conta ciò che di sbagliato fanno gli “altri”. La misura del proprio moralismo sembra diventare così direttamente proporzionale al grado di frustrazione che si ha nella propria vita. Più mancanze ed infelicità si subiscono più sarà alta l’esigenza di giudicare il prossimo.

Ovvio. Esprimere un giudizio rientra nella sfera della libera espressione del pensiero, che, come ben sappiamo, è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. La morale, però, è un concetto ben distinto dal moralismo, che è una versione corrotta della moralità. La morale infatti pretende una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto.

Oggi va in scena un modus vivendi che ricorda molto di più uno scontro tra tifoserie opposte che un confronto tra idee diverse. E questo clima si adatta benissimo alla figura del moralista. Egli non mette in discussione l’idea, si limita a delegittimare chi la esprime.

Come non pensare all’epitaffio di Kant “Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, estratta da una delle sue opere più famose “Critica della Ragion pratica”, in cui il filosofo riflette sulla profonda connessione tra bellezza ed etica. Il Cielo stellato sopra di noi che ci offre la dimensione della nostra vita, un istante degno di essere vissuto, ma pur sempre un istante e la legge morale dentro di noi che eleva all’infinito il nostro valore, la nostra unicità al di là delle stesse dimensioni del Cielo stellato. Tradotto probabilmente Kant oggi ci direbbe di farci una scopata in più. E di dare un giudizio in meno.

 


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