Qual è il confine fra libertà di espressione e libertà di dire stronzate?

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C’è un diritto a dire stronzate, certo, ma non c’è un diritto a restare al riparo dalle conseguenze delle proprie stronzate. Qual è oggi il confine fra libertà di espressione e libertà di dire fesserie o di manipolare la realtà?

C’è un diritto a dire stronzate, certo, ma non c’è un diritto a restare al riparo dalle conseguenze delle proprie stronzate. Qual è oggi il confine fra libertà di espressione e libertà di dire fesserie o di manipolare la realtà? Il filo che divide i due concetti sembra assottigliarsi sempre di più in questo periodo storico in cui la comunicazione web è diventata la prima fonte di informazione e spesso anche di dialogo e dibattito.

Se un giornale manipola una notizia per un tornaconto propagandistico, possiamo dire di trovarci di fronte ad un caso di libertà di espressione? Se una persona inneggia e promuove più o meno velatamente dottrine dittatoriali anticostituzionali, può giustificarsi con la libertà di esprimere le proprie idee? La condivisione da parte di organi non competenti di informazioni più o meno false, in ogni campo (poi condivise a macchia da internauti distratti o poco inclini alla valutazione delle fonti), può essere considerato un modo di fare informazione alternativo ai grandi media richiamando il diritto della libertà di espressione? Dubitare della scienza, soprattutto in campo medico, in favore di teorie alternative non confermate da nessuno può diventare pericoloso o è solo il diritto di pensarla come si vuole?

Probabilmente no. E semplicemente per il fatto che la libertà di parola non garantisce automaticamente la libertà di dire stronzate (o falsità) che hanno conseguenze il più delle volte sottovalutate, come l’inquinamento dell’assetto socio-politico di un territorio o, in alcuni casi, anche il pericolo di compromettere la salute delle persone. Il corretto uso della libertà, infatti, consente ad un Paese di progredire perché favorisce l’espressione delle iniziative personali senza ledere al contesto sociale o individuale. Quando una nazione non progredisce, oppure addirittura regredisce, significa che non garantisce il giusto equilibrio della libertà tra i cittadini.

Potremmo affermare quindi che la libertà di parola non impedisce la critica, anche fortissimamente, verso le idee su cui non si è d’accordo. E nemmeno che non si è liberi di avere una propria idea del mondo anche se del tutto originale o eccentrica. Ma la libertà non può essere semplicemente “la libertà consiste nel dire (o fare) ciò che si desidera” perché deve essere limitata e controllata, quindi la definizione più giusta potrebbe essere “La libertà è il diritto di dire (o fare) ciò che le leggi permettono“.

Ed è a questo punto che metto sul vassoio d’argento al complottista di turno, la sua replica preferita: “e chi stabilisce i limiti e il controllo? Chi stabilisce se una notizia è manipolata o falsa?”.

Si potrebbe rispondere che c’è la Costituzione italiana a sancire i limiti di ogni libertà. O l’attendibilità delle fonti nel caso delle informazioni. Ma spesso può diventare un vicolo cieco dal quale diventa difficile uscire, perché quando la logica è sostituita dalla cultura del sospetto e da un pessimo rapporto con gli strumenti digitali o di verifica, si finisce sempre per non cavare un ragno dal buco.

Il confine fra le due libertà oggi diventa puramente soggettivo quindi, per quanto parliamo di un concetto che di soggettivo ha ben poco. Forse aveva ragione Mandela quando diceva che essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri. O forse aveva ragione Kierkegaard che già nell’800 aveva anticipato tutti dicendo che “la gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge.” Ma se fossero vissuti oggi, Mandela e Kierkegaard, sarebbe stati già bollati come due radical chic.

 


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