«Diritti alle vittime di mafia». L’appello dei Familiari delle vittime e di Libera

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L'appello dei Familiari delle vittime e di Libera in piazza Montecitorio.

Giustizia e verità, non benefici ma diritti. È quello che hanno chiesto centinaia di familiari delle vittime delle mafie ieri davanti al Parlamento. Sono arrivati da tutta l’Italia, genitori, figli, fratelli, di chi è stato strappato dalla violenza mafiosa. Il 75% di loro non ha ancora avuto giustizia. Portano le loro foto, indossano magliette coi loro nomi. Con grande dignità, in silenzio, solo il suono dolce e triste di un quartetto d’archi. E le forti parole di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, l’associazione che da 25 anni, il 21 marzo, promuove la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di tutte le mafie (quest’anno a Palermo). «Mentre alla Camera si vota la fiducia al Milleproroghe frutto di faticosi compromessi – dice don Luigi Ciotti – noi siamo qui in piazza in silenzio ad esprimere la nostra sfiducia. Non dobbiamo mai dimenticare le cose positive di questi anni, vogliamo continuare a dare fiducia alla politica seria. Però dobbiamo alzare la voce quando qualcuno sceglie il silenzio. Non possiamo stare zitti e inermi. La mafia più pericolosa è la mafia delle parole, è immobilismo, la burocrazia, il promettere e non fare». Non una protesta sterile. «Non è elemosina ma diritti – insiste don Luigi –. Le vittime non sono un marchio da usare quando fa comodo».

Così al Parlamento fanno delle precise richieste, per superare assurdi ostacoli. In primo luogo che sia riconosciuto lo status di vittima di mafia anche a chi è stato ucciso prima del 1 gennaio 1961, come attualmente prevede la legge, escludendo, ad esempio, i sindacalisti uccisi da “cosa nostra” tra gli anni ’40 e ’50, come Placido Rizzotto e Nicolò Azoti. Quando quest’ultimo venne ucciso nel 1946 aveva un figlio di 6 anni e una bambina, Antonina, di 4. Oggi Antonina ha 78 anni, ed è anche lei in piazza per chiedere quei diritti. Ma non solo questo chiedono i familiari. Anche l’equiparazione delle vittime del dovere e delle mafie a quelle del terrorismo, al fine di evitare ulteriori disparità. Inoltre che riguardo all’estraneità della vittima e dei suoi familiari da ambienti mafiosi fino al quarto grado di parentela, così come previsto dalle norme, sia effettuata una valutazione caso per caso e non automatica. C’è poi una circolare del Ministero dell’Interno del 18 giugno 2019 che impone che la richiesta di riconoscimento dello status sia fatta entro dieci anni dall’evento, periodo entro il quale a volte non è ancora terminato il processo e c’è poi anche il limite di novanta giorni entro cui presentare la domanda dopo le motivazioni della sentenza definitiva. È l’incredibile vicenda che ci raccontano la mamma e la sorella di Domenico Martimucci, appena 26 anni, prima vittima innocente delle “azzardomafie”, ucciso il 5 marzo 2015 dalla bomba contro il Circolo Green di Altamura. L’esecutore è stato condannato fino in Cassazione, il mandante in appello. La famiglia di Domenico ha fatto domanda per il riconoscimento di vittima innocente, ma il Viminale l’ha respinta dicendo che era giunta dopo tre mesi. «Non è vero – dice la sorella Lea – e infatti abbiamo fatto ricorso. Ma è assurdo che ci siano dei tempi così ristretti e che ci trattino in un modo così burocratico». Già è proprio assurdo.

I familiari chiedono poi un riordino ragionato di tutte le norme che disciplinano i diritti previsti a favore delle vittime delle mafie, per rendere effettiva la fruizione che resta molto spesso solo sulla carta. Ed è quello che dicono al presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra che partecipa al presidio. E poi al presidente della Camera, Roberto Fico che riceve don Luigi e una delegazione di familiari. La promessa è di istituire un tavolo di lavoro per risolvere i problemi. Don Ciotti è soddisfatto. «Tocca a noi essere più vivi. Facciamo parlare quelle foto. Sono il grido del nome dei vostri cari. Abbiamo speranza»

19.02.2020 | Avvenire | Toni Mira


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